giovedì 18 dicembre 2008

Lobiov e Alfredonova

Cari lettori, ho deciso di rimettere online un vecchio racconto scritto per il San Valentino del 2008. Sono particolarmente affezionato a questo piccolo volo pindarico, perchè mi rappresenta come pochi post. In Lobiov e Alfredonova c'è molta amarezza, molta malinconia ma anche una bella fetta del mio cuore. Faccio una piccola introduzione: Lobiov, faceva parte di una serie di post legati alla festa degli innamorati e l'idea era quella di raccontare un amore giovanile bruscamente interrotto, che si risveglia violento appena i due personaggi, diventati adulti, si ritrovano. Per farlo mi sono ispirato a un racconto di Anton Cechov dal titolo "Da amici".

La carrozza trottava con ritmo sostenuto. Lobiov prese lo spartito e ripassò le note della melodia che avrebbe dovuto suonare. Lobiov aveva 27 anni e una giovane sposa, Tatiana, che lo amava e si prendeva cura di lui. Si era diplomato in violino all'accademia musicale di Mosca solo due anni prima, e poi aveva cominciato la carriera di concertista. La sua attività procedeva saltuariamente. Il violino era sempre stata la sua passione, ma in questo momento, lui e Tatiana non avevano molti soldi e potevano fare una vita decente solo grazie al padre di sua moglie, il colonnello Limenov, alto ufficiale dell'esercito, che non faceva mai mancare il suo appoggio alla figlia. Quel giorno era San Valentin, la festa degli innamorati, e la carrozza stava portando Lobiov a Villa Komasky, dove avrebbe dovuto tenere un concerto per la signora Lebedenova, moglie del consigliere dello Zar Nicola II, Fjodor Lebedenov. Quest'ultimo era assente per un viaggio di affari e tra gli ospiti della signora c'erano i diplomatici più famosi di tutta la Russia. Lobiov ripassava le sue note con attenzione, come se avesse paura di scordarsele nel tragitto che dal giardino della villa porta alla grande sala, dove avrebbe dovuto intrattenere gli ospiti. Gli zoccoli dei cavalli cominciarono a strusciare sulla viuzza sterrata che conduceva alla villa. L' erba era verde, rigogliosa, e stonava con il grigio del cielo. Appena la carrozza si fermò si gettarono fuori dal portone due maggiordomi, che aprirono con ansia lo sportello. "Signor Lobiov, è in ritardo, la signora e gli ospiti la stanno aspettando". Lobiov non rispose: non fu scortesia, almeno per lui, solo che era troppo teso per parlare con qualcuno. Quello era il suo primo lavoro importante dopo mesi e sapeva di non poter sbagliare una nota. I maggiordomi lo condussero all'interno dalla sala, cui si arriva dopo una rampa di scale in marmo.
La signora Lebedenova era lì, infagottata nel suo vestito di un'azzurro sbiadito, con i capelli rossi nascosti da un cappello biancastro, che impreziosiva il suo viso segnato da una durezza malcelata e sottile. La signora guardò il violinista appena arrivato con il disprezzo con cui un nobile guarda un figurante di strada. Lui si sentiva un artista. Chissà perchè lo aveva guardato in quel modo, si domandò. Lobiov si inchinò davanti agli ospiti e si predispose per l'esibizione. Dal portone che si trovava all'estremità opposta della sala rispetto a Lobiov uscì una ragazza che, timidamente, per non disturbare, accostò lievemente la porta. L'artista non se curò e cominciò a suonare. Il suo violino vibrava insieme a lui, ma Lobiov non riusciva ad essere soddisfatto della sua prova. La musica usciva schizofrenica, non fluida. Quella maledetta tensione lo teneva ancorato alla mediocrità. Chiuso il primo movimento, prese fiato e guardò la sala. La ragazza del portone si era fermata accanto al marito, l'avvocato Talentin. Lobiov fermò i suoi occhi sulla ragazza. Il suo viso pallido, incorniciato dai capelli biondi. Quello sguardo dolente, ma delicato. Le labbra sottili. "Alfredonova...".
Non aveva dubbi, era lei. Riprese a suonare, ma se la sua musica prima non lo soddisfaceva, adesso meno che mai. "Mi avrà riconosciuto... avrà capito che sono io quello che si rende ridicolo suonando le peggiori note che questi muri abbiano mai sentito?". Chiuse il secondo movimento. Alfredonova lo guardava, e la guancia destra le si bagnò con una lacrima. Continuò a guardarlo. E poi di corsa, nello stupore degli attoniti presenti corse giù dalle scale e uscì in giardino. Il marito rimase fermo, come una statua greca, mentre sua moglie scappava in lacrime. Lobiov fu tentato da riprendere a suonare, ma ormai non importava più. Lasciò il violino in terra e corse dietro ad Alfredonova. La trovò seduta su uno scalino all'esterno della villa. "Se avessi saputo che eri qui...", disse Alfredonova. "Semmai sono io che mi devo stupire di trovarti qui", affermò adirato lui. "Lobiov...", disse dolcemente Alfredonova. E Lobiov si ritrovò sbalzato al San Valentin di dieci anni fa quando i due si giurarono amore eterno, sotto un fittissima neve, alunni dell'accademia. Lobiov ricordava quel giorno come se fosse il presente: il suo vestito, le espressioni del suo volto, le impronte sulla neve quando lei corse a casa ad accudire Nonna Olga. "Dove eri finita Alfredonova?" Lobiov pronunciò queste quattro parole con un filo di voce, spezzata dal ricordo del passato e dal presente che oramai era sui binari della mediocrità, dei sogni perduti. "Non so Lobiov... non so dove sono andata". "Te lo dico io", disse lui stizzito, "sei finita nell'agio, nei vestiti eleganti, tra i portoni ornati delle tue ville, ad offrire tazze di tè a chi non conosci, a sorridere sempre gentile e composta ai grandi uomini di questo paese!". Alfredonova riprese a piangere, ma trovò la forza per rispondere: "E noi cosa avevamo Lobiov... nulla, solo i sogni, ma dobbiamo vivere il presente, non le idee, quelle ci portano alla rovina...". Lobiov non rispose e lasciò cadere queste frasi al suolo. Qualche secondo di silenzio, solo il nitrito dei cavalli della carrozza. "Lobiov, e se ci fosse ancora una speranza...", disse lei. Lobiov riprese la sua risolutezza: "Oramai è finita Alfredonova, forse hai ragione, questa vita non è per i sognatori, perchè riprendere un sogno adesso... Tutto è perduto, amore mio, tutto". Lobiov fece per tornare a prendere le sue cose in sala, e Alfredonova non si mosse, rimase seduta, con le parole di Lobiov che le sbattevano sulle tempie. Non disse nulla quando rientrò in sala. Nemmeno signora Lebedenova pronunciò una sola parola, aveva capito benissimo senza bisogno di indagare. Lobiov guardò tristemente l'avvocato Talentin, prese il violino, il cappotto e tornò in giardino. Non disse nulla nemmeno a Alfredonova, ancora seduta sullo scalino. La sua carrozza era lì ad aspettarlo. Lobiov salì sopra e disse al conducente di tornare verso Mosca, dove Tatiana sicuramente stava già preparando la cena.

8 commenti:

Benni ha detto...

Bentornato :)
Benni

Lorbia ha detto...

grazie benni... spero piano piano di riconquistare la stima dei lettori...

La Vale ha detto...

è piaciuto molto anche me. La mia fiducia ce l'hai. ;)

Anonimo ha detto...

sigh sigh... ha solo un problema... è troppo corta scrivimi le restanti 800 pagine...pliz

Lorbia ha detto...

grazie per la fiducia vale... farò il massimo perchè sia ben riposta..

Anonimo ha detto...

l'Anonima piagnona sono io Claudietta.

Lorbia ha detto...

sentivo che colava birra dal commento... benvenuta sul mio blog..

Ile ha detto...

e io che mi sentivo scema a guardare un posto al sole...bellisssimo.