Meno male che esiste la Corte dei Conti. Nei giorni scorsi l'organo ha diramato un comunicato nel quale constatava il sostanziale fallimento della laurea 3+2 con le seguenti motivazioni: non ha prodotto aumento dei laureati e soprattutto la qualità formativa non è migliorata. Come se non bastasse, la riforma ha generato un aumento della domanda, con una conseguente ed eccessiva frammentazione dei corsi di laurea. Morale della favola: sono stati creati una miriade di corsi che non avevano alcun legame con il mondo del lavoro. E' come essersi laureati in "Nulla", con vari esami quali: "Storia contemporanea del Nulla", "Critica del Nulla" e seminari sul Nulla. Bel lavoro. Davvero complimenti, riformatori. Sarebbe bello se tutti i laureati del 3+2 si unissero in un comitato e, dal mio piccolissimo blog, ne propongo uno: "la Coorte dei Colti", per giocare con il nome dell'organo che reso pubblico questo scempio non tanto alle vite, quanto alle aspettative di migliaia di giovani e delle loro famiglie: coorte perchè mi immagino i laureati in una specie di cella di isolamento dove provano passare il curriculum da sotto la porta chiusa con tripla mandata, pregando il custode di portarlo ad un call center inbound, colti perchè il 70% ha visto almeno una volta "Quarto Potere", ha letto "Marcovaldo" e sa che Marshall McLuhan non è il nuovo panino del McDonald. E' senza dubbio una consolazione.
martedì 20 aprile 2010
giovedì 15 aprile 2010
Le parole sono importanti!
E' meravigliosa la fauna di agenzie commerciali o simili che si trova a Roma. Personalmente ne ho visitate molte dal momento che, per una parte della mia vita, mi sono dedicato alle attività di questo tipo. Verrebbe da dire che è l'unico lavoro che si trova, ma non voglio drammatizzare più di tanto. Ognuno può avere l'opinione che vuole, quello del commerciale è un lavoro come un altro, e devo dire, permette di raggiungere stipendi e buste paga davvero buone. Il lato divertente delle agenzie è soprattutto il linguaggio utilizzato per comunicare. Ora direte, sarà semplicemente italiano. No, non è solo italiano. E' un linguaggio di segni, metafore, figure, giochi verbali. L'ultimo colloquio che ho fatto è l'esempio calzante. Un signore elegante mi accoglie nel suo ufficio, soliti convenevoli legati al traffico romano e poi mi chiede il curriculum.
"Signor Bianchi vedo che lei è piuttosto esperto in questo campo", attacca il signore.
"Beh sì ho fatto diverse esperienze", rispondo.
"Lei però non ha mai lavorato per un'agenzia assicurativa".
"No, in effetti no".
"Cosa l'ha spinta a mandarci la sua candidatura?"
"La bottiglia di vodka al melone che mi sono bevuto prima di andare al centro per l'impiego ha deviato il mio raziocinio e mi sono candidato credendo che la figura ricercata fosse quello del rappresentante di malattie veneree presso anziani con palle cadenti".
"Ah!!!! Magnifico dottore, lei è assunto!!!"
Scherzavo. Ma avrei voluto avere le palle per dirlo. La mia risposta è stata la seguente, molto più misurata.
"Non ho mai lavorato per agenzie di questo tipo e volevo sapere qualcosa in più sulla vostra attività".
Il signore, purtroppo per me, risponde: "E' un lavoro semplicissimo, si tratta di individuare persone cui sottoporre i nostri prodotti". E' qui che il linguaggio fantasioso e vaporoso come un bagno di un metro quadro dopo una doccia bollente, comincia a manifestarsi. La traduzione della frase usata dal signore non è altro che la seguente: vendere polizze assicurative. La mia replica è tesa a spostare la discussione dal mondo di Fantàsia a quello reale.
"Quindi si tratta di vendere".
"Si - dice sicuro il signore - però nei primi tempi lei dovrà solo dirci quali sono le persone interessate, poi la trattativa sarà portata avanti da un agente più esperto". Nemmeno il discorso della ghiandola mammaria cui succhiare latte in caso di mancanza di calcio riusciva a dissolvere le mie perplessità... a quel punto decido di parlare del contratto.
"E a livello contrattuale?", dico con un tono sicuro (uscito dalla mia bocca per puro caso).
"Un mandato - dice - dove è prevista un'iscrizione all'Isvap che per i primi mesi sarà detratta dalla busta paga. E' un lavoro che tutti possono fare, ma non tutti riescono a farcela. Lo scoglio più grande è quello iniziale. Poi dipende dalla volontà, dalla voglia, dalla determinazione che un agente ci mette". Anche qui la traduzione è molto facile: non ci sono fissi, nemmeno 20 euro per pagarsi i caffè, altrimenti l'avrebbe detto subito. Quando un datore di lavoro, almeno in ambito commerciale, cerca di valorizzare la volontà e la determinazione del potenziale lavoratore, significa che il suo stipendio dipende da quanto venderà e che l'agenzia non ci metterà un euro in più, nemmeno se ti prendi la peste bubbonica.
Sarò sincero, il fatto che non ci siano fissi è uno scoglio troppo grosso per le mie finanze da precario. Potrei durare un giorno, poi i miei conti sarebbero quelli della Parmalat. Scelgo la via della sincerità, dopo che il signore mi ha chiesto "Se la sente di cominciare con noi?"
"Guardi, il fatto che non ci siano fissi rende la cosa un po' complicata, comunque le faccio risapere", dico con tono sommesso. Il signore mi lascia la sua email e mi saluta cordialmente. Ancora devo fare risapere. E' un modo quantomai metaforico e vaporoso per dire: "No, grazie".
mercoledì 31 marzo 2010
Disoccupiamo!
Non sono assolutamente d'accordo con quanti giudicano la disoccupazione una piaga nazionale. Anzi, ritengo che tenere a casa molti laureati o mettere in cassa integrazione operai con prole al seguito sia un valore universale, da esportare all'estero. Personalmente, sarei favorevole a creare una nuova laurea magistrale, per facilitare il compito delle aziende che assumono: Scienze della Disoccupazione (ci hanno già provato con il Dams, Scienze della Comunicazione e Filosofia, ma nonostante tutto lo sforzo profuso per allontanare il più possibile i laureati dal mondo del lavoro qualcuno non se la passa poi così male). Avrei già delle idee sui corsi e spero che qualcuno della Pubblica Istruzione legga questo post, proponendomi come sottosegretario in quota Udc. Il primo corso in programma sarebbe una "Storia contemporanea della disoccupazione", con particolare focus sul periodo tra il boom economico post Seconda Guerra mondiale e la crisi economica del 2009. I corsi del secondo anno li farei ruotare intorno alle agenzie per il lavoro: uno dei corsi potrebbe essere "Come non farsi assolutamente considerare dalle agenzie sebbene si abbiano anni di studi alle spalle". Considerando che i contratti che passano per le varie agenzie sono più o meno della durata di sei minuti senza copertura assicurativa non c'è molto da stare allegri... infatti ho già previsto un corso di sopravvivenza nervosa alle agenzie: "Scaricamento tensione da agenzie del lavoro con la tecnica del sogno ad occhi aperti"; in sostanza ogni volta che ti rechi in un'agenzia e ti chiedono gentilmente cosa sai fare a parte quello per cui hai studiato, tu ti immagini che a farti il colloquio siano Lisa Ann vestita come la tua maestra d'asilo oppure Edelweiss che si sta masturbando con la custudia cilindrica del tuo diploma di laurea. Il terzo anno è quello dei tirocini: l'Università ti piazza per 4 mesi in un call center inbound di qualche sfigatissima società di servizi telefonici e ti paga 500 euro al mese lorde, senza ferie né malattie pagate. Se dopo un mese dimostri di essere bravo e di avere i nervi saldi come quelli di un chirurgo che opera al cuore un bambino, allora, per premio, ti viene affidato un figlio per i restanti tre mesi di tirocinio. Ovviamente, se sei così bravo da arrivare a fine mese con più di un euro e mangiando almeno 20 giorni al mese, l'Università potrebbe segnalarti per un prestigioso posto di lavoro in una cooperativa di pulizie di locali notturni. Durata del contratto un mese a provvigione in base ai chili di polvere, bicchieri di plastica e in certi casi vomito che riesci a pulire.
Non so, si parla di Università da riformare, e mi pare che in molti ci abbiano provato ma credo che questo corso di laurea potrebbe aiutare molto i riformatori. Mi pare un deciso passo in avanti, uno scatto bruciante nel matrimonio tra il mondo degli studi e l'universo lavorativo. Non vi pare?
venerdì 15 gennaio 2010
Una domenica a Termini
Domenica ho ricevuto un'incarico. Ero ancora nel letto, quando la voce della Zingara mi ha gentilmente chiesto: "Lore, potresti venirmi a prendere a Termini? Arrivo stasera, e la stazione non è un bell'ambiente". "Ovviamente", ho risposto io, incurante di quello che mi avrebbe atteso.
Ore 22,30 Stazione Termini.
Trafelatissimo, arrivo in stazione. Mi aspetto di trovare la Zingara e invece incontro l'assonnato sguardo della Sarda, giunta a mia insaputa ad accogliere l'amica. "La Zingara è a prendere un panino", mi dice, mentre regge il trolley. Quando la nomade spunta, mi da un lieve abbraccio e mi mette in mano il suo panino con stracchino e rucola, due alimenti che inzuppa anche nel latte, tanta è la passione. In quanto maschio, mi faccio carico del bagaglio, togliendo l'incombenza alla Sarda. Solitamente la Zingara porta pochi bagagli. Uno, massimo due. Con un particolare. Il peso specifico di una valigia è uguale a quello dell'intero set di borsoni di Paris Hilton. Per spostare il trolley ci vorrebbe un camper con rimorchio, tuttavia gonfio i muscoli atrofizzati da mesi di inattività e trascino il bagaglio fuori dalla stazione. Fortunatamente l'autobus è lì davanti. Le due zingare saltano agilmente sul mezzo, un po' come il Cavalcanti descritto da Boccaccio. Io ho un altro problema: sollevare la lavastoviglie con le ruotine Chicco della Zingara. Mi do una mano con il piede e poi strappo il movimento come un lanciatore del martello e riesco a posizionarmi sull'autobus. Lascio la dolce convivialità femminile per evitare di bloccare il passaggio degli utenti e mi metto in disparte. Scendiamo sullo splendido Lungo Tevere e aspettiamo il 46: affrontiamo vari argomenti tra cui il presunto fascino dei banditi sardi e, poco prima che le due esprimessero la loro attrazione per i guerriglieri ceceni, arriva, salvifico, il 46. L'autobus è pieno come i tragici treni tedeschi diretti ai campi di concentramento: la prima a salire è la Sarda, che in queste situazioni si muove come il mitico Garrincha sulla fascia destra del Brasile. Trova spazi invisibili ai più e appena montata sul mezzo scompare tra la folla. La Zingara è un po' più macchinosa, ma data qualche gomitata, riesce a farsi spazio. Rimaniamo noi. Io e il bagaglio. Faccio per sollevarlo, ma lui di entrare non ne vuole sapere. Lo metto giù ma insieme non entreremo mai. "Ti lascio qui", gli dico, "e prendi il prossimo." Lui: "No porto un portatile in grembo, ho paura a stare da solo". Il tempo di pensare alla soluzione, che il 46 serra le sue porte, e parte. La Zingara, dal mezzo pubblico, mi lancia un urlo muto che se l'avesse visto Munch ci avrebbe costruito un capolavoro, e io gli faccio cenno: "Prendiamo quello dopo". Il mezzo porta via il volto espressionista della Zingara e io rimango solo con il bagaglio. L'autobus arriva subito dopo ma ci scende leggermente lontano. Ci incamminiamo verso il cpt di via Nicolò V: il bagaglio comincia a fare i capricci, e si ribalta su se stesso: "Basta!!", gli grido e lui "Non voglio fare la salita a ruote, voglio tornare sul treno!!!" La strada che conduce a casa effettivamente è un' impervia parete che spaventerebbe anche Reihnold Messner. Tuttavia, sudato come un maratoneta, arrivo al cpt, dove metto il bagaglio al caldo e lo lascio nelle stanze zingare. Mi mancherà.
Ore 22,30 Stazione Termini.
Trafelatissimo, arrivo in stazione. Mi aspetto di trovare la Zingara e invece incontro l'assonnato sguardo della Sarda, giunta a mia insaputa ad accogliere l'amica. "La Zingara è a prendere un panino", mi dice, mentre regge il trolley. Quando la nomade spunta, mi da un lieve abbraccio e mi mette in mano il suo panino con stracchino e rucola, due alimenti che inzuppa anche nel latte, tanta è la passione. In quanto maschio, mi faccio carico del bagaglio, togliendo l'incombenza alla Sarda. Solitamente la Zingara porta pochi bagagli. Uno, massimo due. Con un particolare. Il peso specifico di una valigia è uguale a quello dell'intero set di borsoni di Paris Hilton. Per spostare il trolley ci vorrebbe un camper con rimorchio, tuttavia gonfio i muscoli atrofizzati da mesi di inattività e trascino il bagaglio fuori dalla stazione. Fortunatamente l'autobus è lì davanti. Le due zingare saltano agilmente sul mezzo, un po' come il Cavalcanti descritto da Boccaccio. Io ho un altro problema: sollevare la lavastoviglie con le ruotine Chicco della Zingara. Mi do una mano con il piede e poi strappo il movimento come un lanciatore del martello e riesco a posizionarmi sull'autobus. Lascio la dolce convivialità femminile per evitare di bloccare il passaggio degli utenti e mi metto in disparte. Scendiamo sullo splendido Lungo Tevere e aspettiamo il 46: affrontiamo vari argomenti tra cui il presunto fascino dei banditi sardi e, poco prima che le due esprimessero la loro attrazione per i guerriglieri ceceni, arriva, salvifico, il 46. L'autobus è pieno come i tragici treni tedeschi diretti ai campi di concentramento: la prima a salire è la Sarda, che in queste situazioni si muove come il mitico Garrincha sulla fascia destra del Brasile. Trova spazi invisibili ai più e appena montata sul mezzo scompare tra la folla. La Zingara è un po' più macchinosa, ma data qualche gomitata, riesce a farsi spazio. Rimaniamo noi. Io e il bagaglio. Faccio per sollevarlo, ma lui di entrare non ne vuole sapere. Lo metto giù ma insieme non entreremo mai. "Ti lascio qui", gli dico, "e prendi il prossimo." Lui: "No porto un portatile in grembo, ho paura a stare da solo". Il tempo di pensare alla soluzione, che il 46 serra le sue porte, e parte. La Zingara, dal mezzo pubblico, mi lancia un urlo muto che se l'avesse visto Munch ci avrebbe costruito un capolavoro, e io gli faccio cenno: "Prendiamo quello dopo". Il mezzo porta via il volto espressionista della Zingara e io rimango solo con il bagaglio. L'autobus arriva subito dopo ma ci scende leggermente lontano. Ci incamminiamo verso il cpt di via Nicolò V: il bagaglio comincia a fare i capricci, e si ribalta su se stesso: "Basta!!", gli grido e lui "Non voglio fare la salita a ruote, voglio tornare sul treno!!!" La strada che conduce a casa effettivamente è un' impervia parete che spaventerebbe anche Reihnold Messner. Tuttavia, sudato come un maratoneta, arrivo al cpt, dove metto il bagaglio al caldo e lo lascio nelle stanze zingare. Mi mancherà.
Le cose da non fare quando ci piace una donna.
"Nessuno ci sa fare", "I veri uomini non ci sono più", "Gli uomini sono tutti piantati, ci temono". Frasi che sento spessissimo in bocca alle donne. Chi vi scrive non rappresenta un'eccezione: per imbastire una valida tecnica di seduzione (in linea teorica, da verificare poi sul campo), non mi basterebbero i consigli di Marcello Mastroianni e Rodolfo Valentino. La strada da fare è lunga e tortuosa; tuttavia, un briciolo di speranza alberga nel cuore di ogni essere umano. Quindi mi sento di poter dare un contributo. Non so come aiutare a sedurre, ma posso mettere a disposizione dei gentilissimi lettori la mia esperienza su cosa non si deve fare quando una donna ci interessa.1) Pensare che l'aspetto sia fondamentale.Ipotetica situazione. Siete invitati ad una festa a casa di amici. Dopo minuti di preparazione davanti allo specchio, uscite di casa. "Prendo la Vespa", pensate, "No", vi rispondete, quasi seccati dalla vostra idea, "prendiamo la macchina. Il vento potrebbe sgualcirmi la giacca, il casco darebbe forma alla crestina faticosamente modellata. Arriverei alla festa con un patè di olive sul cranio". Mettete in moto la macchina poco dopo arrivate a casa dei vostri amici. Un ultimo sguardo nello specchietto retrovisore. Il vostro cervello da l'ok e voi, il cervello e la crestina chiudete la macchina, suonate il campanello ed entrate in casa. Fate le prime conoscenze, e salutate solo gli uomini per togliervi l'appiccicaticcio del gel dalla mano destra. Date pacche sulle spalle, stringete mani, fino a quando la miracolosa brillantina che scolpisce i capelli non se n'è andata.Mentre cercate di levarvi anche le caccole e pulirvi le orecchie (ma la cosa passa meno inosservata) notate un ragazza bionda, occhi azzurri, viso dolce, sorriso accomodante. Respirate profondamente come nemmeno Fabio Grosso prima del rigore decisivo e andate dalla ragazza.Ti presenti, lei ricambia, parlate, le porti da bere uno spumante dolce. "Wow, non è difficile. Questa ci sta", dice il vostro cervello di uomo galvanizzato dall'accondiscendenza femminile. Ad un certo punto lei vi chiede: "Scusa, il mio ragazzo ha la maglia sporca di gel e un caccola nel taschino. Ne sai nulla?" Il vostro cervello dice solo questo: "Ho dimenticato di pagare il bollo dell'auto. So che è sabato sera ma ci sarà un cazzo di tabacchino aperto!!!!" Vi rimane solo l'istinto. Il quale vi suggerisce di riprendervi la caccola e tornare a specchiarvi in macchina, accendere il motore, e se la voglia di suicidarsi non è troppo forte, rientrare a casa.2) Mettere in atto un simposio calcisticoIpotetica situazione. Sulla Passeggiata di Viareggio impazza la primavera: è aprile, la voglia di estate freme nei cuori di giovani uomini e avvenenti fanciulle. Le donne cominciano a scoprire le braccia: la loro bianca e morbida pelle anela un raggio di sole per la prima tintarella. State con una ragazza da pochi giorni: cercate un modo per sorprenderla. E'domenica. "Potremo andare in Passeggiata a Viareggio", pensate intorno alle 13,45, mentre guardate "Buona Domenica","sono sicuro che ne sarebbe entusiasta!!". Staccate faticosamente gli occhi dagli shorts del corpo di ballo e prendete il cellulare. Proponete l'idea. "Siiiiiiiii", è la risposta. "Caspita, che bella pensata"mormorate orgogliosi. L'appuntamento è in Piazza Mazzini alle ore 14,30. Lei arriva alle 15. Tutto nella norma. Il sole è splendente, la temperatura è perfetta, cominciate a togliervi il maglione, ultimo residuo del triste inverno. Tu scherzi, lei ride. "Minchia che intesa", sentenzia il vostro ego, grande quanto il Colosseo. Camminate lentamente mano nella mano, quando vi si fa incontro Nonno Giosuè. Nonno Giosuè non è il vostro vero nonno. Ha 60 anni e vi conosce da quando siete nati, perchè gestisce la tavola calda "Pizzando" sotto casa vostra da ben 32 anni. Nonno Giosuè vi ferma. Chiede dei genitori, del fratello, dei nonni. Tuttavia la vostra attenzione è rubata dalla radiolina paleolitica che Nonno Giosué tiene nella mano destra. Cercate di resistere, parlate a ripetizione per nascondere i rumori dello stadio. Quando il boato della radiolina di Nonno Giosuè interrompe il flusso di parole. "Ha segnato la Fiorentina!!!" esulta Nonno Giosuè, sfegatato tifoso viola, come voi del resto. "Bene..", dite voi facendo un incredibile lavoro su voi stessi per non togliervi la maglietta e abbracciare Nonno Giosuè. "Ok Nonno, io vado è stato un piacere rivederti..". "Ma ti ricordi quella volta che abbiamo pareggiato con il Barcellona al Camp Nou?". La frase di Nonno Giosuè è uno spinotto nella vostra nuca. Ormai siete in suo potere. Vi girate, e con gli occhi sbarrati dall'estasi calcistica rispondete: "Come no, segnò Batistuta, che poi ammutolì il pubblico". Da quel momento affrontate i seguenti argomenti: la cessione di Rui Costa al Milan, la posizione in campo di Blasi, Prandelli, Prandelli e il suo giubbotto, il fatto che la maglia rossa sia peggio di quella bianca di riserva, Toni, l'anno di Trapattoni, la gestione di Agroppi. "Puttana la miseria", esclama Nonno Giosuè alle 21, "devo aprire la tavola calda!!!!!". Il collega viola salta in sella al suo tandem, con cui è solito fare le consegne a domicilio assieme al suo aiutante filippino, e in precario equilibrio sia per la lunghezza del mezzo sia per la velocità da Concorde impressa dalle sue possenti gambe, fugge a lavoro."Magari ho fatto un po' tardi, ma sai quando vedo il Nonno....", dite alla vostra compagna. Nessuna risposta. "Dai non te la prendere...". Ancora nulla. Vi girate di scatto. Lei non c'è. Guardate la vostra mano sinistra. C'è un biglietto. Lo aprite frettolosamente. "Grazie per la bellissima giornata - leggete - Ti ho conosciuto meglio. Non sapevo che tu annusassi la maglia di Spadino Robbiati ogni mattina prima di alzarti dal letto. E nemmeno che tu dormissi con le mutande viola con scritto 10 sul davanti. Poi la storia che l'unica persona con cui hai un buon dialogo è il poster di Batistuta che tieni in bagno... Cercami ancora, dico sul serio. Ps. Scherzavo."
3) Strafare a tutti costi
Ipotetica situazione. Uscite con una ragazza da poco più di un mese. Siete nel momento (brevissimo) in cui tutto funziona a meraviglia. Intesa, passione, sesso. Iniziate a considerarvi persino un ottimo amante. Le vostre evoluzioni notturne sono ormai un racconto fisso del dopo tennis con Amelio, il vostro amico. "Dovevi vedere come si contorceva Amelio, non riuscivo a tenerla". E la risposta di lui: "Ma te l' eri tolta la canottiera di lana, magari è allergica...". Lo spogliatoio scoppia in una fragorosa risata, voi fate finta di niente, per l'imbarazzo.
Però la vostra relazione va avanti a gonfie vele. Potete solo rovinarla voi.
E' sabato sera. Alle 19 una chiamata. "Amore, esco da lavoro alle 21. Poi potremo cenare insieme, conosco un ristorante qui sotto. Si chiama La Scialuppa". "Certo cara, molto volentieri", rispondete voi. "Allora ci vediamo lì alle 21,30", dice dolcemente la vostrà metà. "Non vedo l'ora", suadenti e un po' melliflui. Ma lei è invaghita. La Scialuppa. Il nome già vi stuzzica. Potreste sorprenderla. Ma in che modo... I neuroni rimbalzano il cerca di una soluzione all'enigma. "Una rosa", dice un neurone, "Magari due", risponde un altro. "Facciamo una serra", dice il terzo e ultimo neurone. "Queste sono idee banali, trite e ritrite, ma datevi una svegliata!!!". Gli altri due lo guardano straniti, in attesa di un'illuminazione. "Il nostro uomo ha bisogno di qualcosa di più originale..." I due neuroni obbediscono al volere del numero 3 e il gioco è fatto. La sorpresa è pronta.
Presa la decisione telefonate a zio Carlino: "senti zio, mi potresti prestare la tuta da sub, con tanto di fiocina e pinne? devo fare una sorpresa". Lo zio Carlino non fa obiezioni, e vi presta la tuta. Andate a prenderla, sotto avete il vestito migliore, un completo nero, pagato 50 euro, ovviamente contraffatto. Lo zio Carlino, vi aiuta a mettere la tuta, operazione che si rivela difficilissima. La prima gamba entra dopo indicibili lungaggini, per non parlare delle braccia.
Vi dirigete a La Scialuppa con tutto l'armamentario: per entrare meglio nella parte, caricate una vasca da bagno sul furgoncino di Zio Carlino e vi ci immergete con tanto di bombola. Questa è la vostra idea: entro, mi faccio vedere da lei, ci riderà su. Poso la fiocina, poi mi tolgo la tuta e le pinne con la sicurezza di James Bond. Mangio, la faccio ridere, stiamo bene, e poi solo sesso. Il pensiero vi elettrizza.
La realtà dei fatti. Il viaggio in vasca da bagno si rivela più difficile del previsto, soprattutto, dopo che zio Carlino ha tamponato un furgone dei Carabinieri, a circa quattro chilometri dal ristorante.
Se aspettate le formalità e lo zio, non arriverete mai in tempo. La fortuna vi assiste: incontrate un gruppo di sommozzatori. "Ehi Marco, ma ti sei già vestito? L'immersione è domani! Salta su deficiente!" Sapete benissimo che c'è stato uno sbaglio di persona, ma astutamente fate i brillanti e salite. Quando siete nelle vicinanze de La Scialuppa avvertite i vostri colleghi: "Ragazzi io faccio un tuffo di prova", e vi lanciate dal furgone il piena corsa. L'urto con l'asfalto è violentissimo, la fiocina si innesca, parte una sorta di razzo che trapassa la vetrina di una macelleria e infilza la schiena di un bue. Lasciate perdere la fiocina, perdereste troppo tempo. Le pinne sono un impedimento, correte a gambe larghe, menando pinnate ai passanti. Arrivate al ristorante. Entrate. Lei è li che vi aspetta. "Ciao cara", dite con un filo di voce, stremati. Lei vi guarda, immobile come un Bernini. "Sono io", credendo che non vi abbia riconosciuto. Nessuna risposta. L'arrivo di Zio Carlino rompe l'incantesimo. "Ma che cazzo, la mia fiocina!! ", urla e ve la sbatte addosso con tanto di schiena di bue. Quando vi rialzate, lei non c'è. Ma vi ha mandato a casa un acquario, con dei piranha dentro.
3) Strafare a tutti costi
Ipotetica situazione. Uscite con una ragazza da poco più di un mese. Siete nel momento (brevissimo) in cui tutto funziona a meraviglia. Intesa, passione, sesso. Iniziate a considerarvi persino un ottimo amante. Le vostre evoluzioni notturne sono ormai un racconto fisso del dopo tennis con Amelio, il vostro amico. "Dovevi vedere come si contorceva Amelio, non riuscivo a tenerla". E la risposta di lui: "Ma te l' eri tolta la canottiera di lana, magari è allergica...". Lo spogliatoio scoppia in una fragorosa risata, voi fate finta di niente, per l'imbarazzo.
Però la vostra relazione va avanti a gonfie vele. Potete solo rovinarla voi.
E' sabato sera. Alle 19 una chiamata. "Amore, esco da lavoro alle 21. Poi potremo cenare insieme, conosco un ristorante qui sotto. Si chiama La Scialuppa". "Certo cara, molto volentieri", rispondete voi. "Allora ci vediamo lì alle 21,30", dice dolcemente la vostrà metà. "Non vedo l'ora", suadenti e un po' melliflui. Ma lei è invaghita. La Scialuppa. Il nome già vi stuzzica. Potreste sorprenderla. Ma in che modo... I neuroni rimbalzano il cerca di una soluzione all'enigma. "Una rosa", dice un neurone, "Magari due", risponde un altro. "Facciamo una serra", dice il terzo e ultimo neurone. "Queste sono idee banali, trite e ritrite, ma datevi una svegliata!!!". Gli altri due lo guardano straniti, in attesa di un'illuminazione. "Il nostro uomo ha bisogno di qualcosa di più originale..." I due neuroni obbediscono al volere del numero 3 e il gioco è fatto. La sorpresa è pronta.
Presa la decisione telefonate a zio Carlino: "senti zio, mi potresti prestare la tuta da sub, con tanto di fiocina e pinne? devo fare una sorpresa". Lo zio Carlino non fa obiezioni, e vi presta la tuta. Andate a prenderla, sotto avete il vestito migliore, un completo nero, pagato 50 euro, ovviamente contraffatto. Lo zio Carlino, vi aiuta a mettere la tuta, operazione che si rivela difficilissima. La prima gamba entra dopo indicibili lungaggini, per non parlare delle braccia.
Vi dirigete a La Scialuppa con tutto l'armamentario: per entrare meglio nella parte, caricate una vasca da bagno sul furgoncino di Zio Carlino e vi ci immergete con tanto di bombola. Questa è la vostra idea: entro, mi faccio vedere da lei, ci riderà su. Poso la fiocina, poi mi tolgo la tuta e le pinne con la sicurezza di James Bond. Mangio, la faccio ridere, stiamo bene, e poi solo sesso. Il pensiero vi elettrizza.
La realtà dei fatti. Il viaggio in vasca da bagno si rivela più difficile del previsto, soprattutto, dopo che zio Carlino ha tamponato un furgone dei Carabinieri, a circa quattro chilometri dal ristorante.
Se aspettate le formalità e lo zio, non arriverete mai in tempo. La fortuna vi assiste: incontrate un gruppo di sommozzatori. "Ehi Marco, ma ti sei già vestito? L'immersione è domani! Salta su deficiente!" Sapete benissimo che c'è stato uno sbaglio di persona, ma astutamente fate i brillanti e salite. Quando siete nelle vicinanze de La Scialuppa avvertite i vostri colleghi: "Ragazzi io faccio un tuffo di prova", e vi lanciate dal furgone il piena corsa. L'urto con l'asfalto è violentissimo, la fiocina si innesca, parte una sorta di razzo che trapassa la vetrina di una macelleria e infilza la schiena di un bue. Lasciate perdere la fiocina, perdereste troppo tempo. Le pinne sono un impedimento, correte a gambe larghe, menando pinnate ai passanti. Arrivate al ristorante. Entrate. Lei è li che vi aspetta. "Ciao cara", dite con un filo di voce, stremati. Lei vi guarda, immobile come un Bernini. "Sono io", credendo che non vi abbia riconosciuto. Nessuna risposta. L'arrivo di Zio Carlino rompe l'incantesimo. "Ma che cazzo, la mia fiocina!! ", urla e ve la sbatte addosso con tanto di schiena di bue. Quando vi rialzate, lei non c'è. Ma vi ha mandato a casa un acquario, con dei piranha dentro.
Lost in Ostia
Venerdì sera, dopo mesi di vita romana, ho deciso di intraprendere una nuova esperienza. Chi mi conosce sa quanto il mare sia sangue del mio sangue. Difficilissimo quindi rifiutare l'offerta di Maria Cristina Storti, detta la "Cangura" per il suo recentissimo viaggio in Australia, che mi ha proposto di saltare sulla Clio di Giovanni, il Moro d'Avola, e salpare alla volta di Ostia. Allargo l'invito a Carletto Gambardella, simpaticissimo napoletano, che accetta entusiasta.
Ore 23, via Santamaura. In sella alla fedelissima compagna di notti romane, la Vespa, mi reco sotto casa Gambardella. "Carletto sono qui sotto", "Si Guagliò, scendo subito". Il subito di Carletto significa un quarto d'ora. Chi lo dovesse frequentare deve premunirsi: se Diego Armando Gambardella, come lo chiameremo d'ora in poi, dice "Arrivo tra mezzora" significa non solo che forse non arriverà, ma che se per caso ce la dovesse fare sarebbe all'appuntamento due giorni dopo il momento prestabilito. Scende con una Ceres e subito (subito subito non dopo un quarto d'ora) me ne offre un goccio. Ci aspetta una cavalcata nella notte della capitale alla volta della casa del Moro d'Avola.
Ore 23,20, dal Moro. La Clio del Moro ha bisogno d'acqua, pena la non partenza alla volta del mare. Per farlo telefona allo zio meccanico: seguiamo fedelmente le istruzioni dello zio, che il Moro ci gira direttamente dal telefonino. Più che ci gira, ci grida. Il Moro, infatti, ha un volume di voce che quando bisbiglia sembra di sentire un concerto degli Iron Maiden (per questo ogni tanto, lo chiameremo Moro Vox). Io e Gambardella insorizziamo le nostre orecchie con delle custudia per uova e le onde sonore del Moro, che nel frattempo hanno spaccato cinque finestre, tre vasi di gerani e ucciso un'invalida 90enne che prendeva il fresco sul terrazzo, sono sopportabili. All'appello manca una fantomatica Francesca: nessuno la conosce, sappiamo solo che è rinchiusa nella casa bunker della Cangura e di Miki, ragazza del Moro, di cui parleremo in seguito. Andiamo a prendere Francesca, che poi scopriremo essere una grafica nativa di Imola con la passione per le serie Tv, e partiamo alla volta di Ostia.
Gambardella - Lucignolo. Diego comincia un monologo strepitoso in cui imita la voce di Lucignolo: peccato che la durata sia di circa mezzora e quando lo interpellavi, magari per chiedergli un'informazione, ti rispondeva con un "Ciao ragazzi", a mo' del programma Mediaset. Poi l'aria comincia a farsi più fresca, gli spazi si aprono. Il mare.
Ostia. Il Moro lancia un acuto con il quale sposta una macchina, così che la sua Clio possa essere parcheggiata vicino al locale. "Dove stiamo andando?" domando, "Allo Schilling", dice il Moro. Fuori dallo Schilling c'è un intero popolo di uomini notturni, che ha consacrato la vita alla brillantina. Il senso del colore proprio dei grafici, porta Francesca a fare un'affermazione: "Non puoi entrare, perchè non hai i pantaloni bianchi". Effettivamente sembrava di essere in mezzo a delle meringhe Ogm.
Il darwinismo applicato al guardaroba. Con il suo solito senso del tempo e dello spazio la Cangura ci aveva ricordato di vestirci decentemente quando praticamente eravamo già ad Ostia. Allo Schilling la selezione è durissima, per entrare bisogna essere vestiti in un certo modo: il bello è che agli ingressi non ci sono Armani, Versace, Gucci oppure Krizia, ma dei ragazzi qualunque che giudicano come sei vestito. Chi vi scrive corre i rischi peggiori: maglia blu maniche lunghe, jeans, sandali. Giovanni è in maglietta, Carlo con una camicia da night club, Francesca sembra Courtney Love. Ma noi abbiamo la carta vincente: Geronimo, milanese che lavora nel campo della comunicazione. Lui ha gli agganci giusti e può farci entrare ugualmente.
Arrivano i Benvestiti. L'ordine dei Malvestiti si ritrova fuori dal locale con il gruppo dei Benvestiti. Questa la formazione dei secondi: Ilaria, Lorena, Miki, Cangura. A tutto campo Geronimo. Il Moro prova a giustificarsi con il padano: "Scusami ma non ci avevano avvertiti", poi parlando di me "lui ha i sandali". Geronimo guarda i sandali e quasi sviene, ma resiste: "Proviamo", dice. Gambardella mi sta davanti per evitare che i buttafuori vedano i sandali e mi portino al centro sociale più vicino. Entriamo senza problemi.
La rivelazione. Geronimo ha prenotato un tavolo. Vedo la Cangura che parla fitto con il Moro: fiuto il pericolo. Il Carreras di Sicilia mi guarda e chiede di seguirlo assieme a Diego Armando. "Ho una notizia, belli, non tanto piacevole". "Quale?", domandiamo noi. "Il tavolo prenotato da Geronimo è solo per i Benvestiti. Noi, se vogliamo stare con loro, dobbiamo pagare 25 euro". Penso a Viareggio, i coriandoli, Kate Moss, la Samp con lo scudetto, un gelato, un articolo di Marco Travaglio, il vino rosso, Jeff Buckley. Insomma qualcosa di bello per non morire. El pibe di Napoli rimane con gli occhi sbarrati per 5 minuti. Nemmeno per lo scudetto fece tanto. Tuttavia il Moro ha una soluzione, concertata assieme a Miki. "Dividiamo tutto dopo, anche con i Benvestiti".Passata la voglia di fuggire e andare a cantare Battisti con un gruppo di punkabbestia, accetto la magnanima proposta.
La serata. La deejay selection è da urlo. Corona, Snap, Haddaway, tutto il peggio dei Novanta, quando ero alle medie e portavo l'apparecchio fisso. Il gruppo finalmente unito, si fraziona nuovamente. Io e Diego nelle varie piste, i Benvestiti con le spie Francesca e Moro, tra tavolo e pista al coperto. Verso le 3,30 ci ritroviamo tutti. Meno due. Geronimo e la Cangura. Dispersi nel litorale laziale. I Malvestiti e i Benvestiti trovano notevoli punti di contatto nell'attesa dei due.
Attendisti anonimi. Disposti in circolo, come un gruppo di alcolisti anonimi che confessano i loro guai con l'alcol, gli attendisti anonimi cercano di ingannare il tempo. Diego, non pago, gira per le piste, dopo aver cercato di fotografare in tutti i modi Geronimo. Nemmeno Fabrizio Corona sarebbe stato così ostinato. Poi la fuga con la Cangura, e lo scoop che salta. Io penso a Battisti, Ilaria ogni tanto dice qualcosa a Francesca, Lorena dorme. Il Moro e Miki parlottano. Quando i buttafuori, gentilmente, ci chiedono di alzarci. Il locale sta chiudendo. E in contemporanea, ritornano anche i dispersi. Si dice abbiano parlato di comunicazione e i nuovi media, del digitale terrestre e della Gasparri. Per poi chiudere con il rinnovo del Cda Rai.
Verso Roma. Io, il Moro, Miki e Diego salutiamo gli altri e andiamo verso casa. Il tutto verso le 5,30. Diego comincia un monologo sulla sua coinquilina, con un energia che basterebbe ad illuminare per cinque anni l'Altare della Patria. Io accuso, e mi rilasso.
Torno da te. Dopo aver accompagnato la Miki a casa, ritrovato le altre e visto Geronimo vagare come un' anima senza pace in cerca di non si sa cosa in via del Fontanile Arenato, il Moro mi riporta alla Vespa. Io e Diego, ancora carico, torniamo verso casa. Ho ancora le forze di prendere un maritozzo con la panna. Avevo bisogno di rendere dolce il mio risveglio.
Ore 23, via Santamaura. In sella alla fedelissima compagna di notti romane, la Vespa, mi reco sotto casa Gambardella. "Carletto sono qui sotto", "Si Guagliò, scendo subito". Il subito di Carletto significa un quarto d'ora. Chi lo dovesse frequentare deve premunirsi: se Diego Armando Gambardella, come lo chiameremo d'ora in poi, dice "Arrivo tra mezzora" significa non solo che forse non arriverà, ma che se per caso ce la dovesse fare sarebbe all'appuntamento due giorni dopo il momento prestabilito. Scende con una Ceres e subito (subito subito non dopo un quarto d'ora) me ne offre un goccio. Ci aspetta una cavalcata nella notte della capitale alla volta della casa del Moro d'Avola.
Ore 23,20, dal Moro. La Clio del Moro ha bisogno d'acqua, pena la non partenza alla volta del mare. Per farlo telefona allo zio meccanico: seguiamo fedelmente le istruzioni dello zio, che il Moro ci gira direttamente dal telefonino. Più che ci gira, ci grida. Il Moro, infatti, ha un volume di voce che quando bisbiglia sembra di sentire un concerto degli Iron Maiden (per questo ogni tanto, lo chiameremo Moro Vox). Io e Gambardella insorizziamo le nostre orecchie con delle custudia per uova e le onde sonore del Moro, che nel frattempo hanno spaccato cinque finestre, tre vasi di gerani e ucciso un'invalida 90enne che prendeva il fresco sul terrazzo, sono sopportabili. All'appello manca una fantomatica Francesca: nessuno la conosce, sappiamo solo che è rinchiusa nella casa bunker della Cangura e di Miki, ragazza del Moro, di cui parleremo in seguito. Andiamo a prendere Francesca, che poi scopriremo essere una grafica nativa di Imola con la passione per le serie Tv, e partiamo alla volta di Ostia.
Gambardella - Lucignolo. Diego comincia un monologo strepitoso in cui imita la voce di Lucignolo: peccato che la durata sia di circa mezzora e quando lo interpellavi, magari per chiedergli un'informazione, ti rispondeva con un "Ciao ragazzi", a mo' del programma Mediaset. Poi l'aria comincia a farsi più fresca, gli spazi si aprono. Il mare.
Ostia. Il Moro lancia un acuto con il quale sposta una macchina, così che la sua Clio possa essere parcheggiata vicino al locale. "Dove stiamo andando?" domando, "Allo Schilling", dice il Moro. Fuori dallo Schilling c'è un intero popolo di uomini notturni, che ha consacrato la vita alla brillantina. Il senso del colore proprio dei grafici, porta Francesca a fare un'affermazione: "Non puoi entrare, perchè non hai i pantaloni bianchi". Effettivamente sembrava di essere in mezzo a delle meringhe Ogm.
Il darwinismo applicato al guardaroba. Con il suo solito senso del tempo e dello spazio la Cangura ci aveva ricordato di vestirci decentemente quando praticamente eravamo già ad Ostia. Allo Schilling la selezione è durissima, per entrare bisogna essere vestiti in un certo modo: il bello è che agli ingressi non ci sono Armani, Versace, Gucci oppure Krizia, ma dei ragazzi qualunque che giudicano come sei vestito. Chi vi scrive corre i rischi peggiori: maglia blu maniche lunghe, jeans, sandali. Giovanni è in maglietta, Carlo con una camicia da night club, Francesca sembra Courtney Love. Ma noi abbiamo la carta vincente: Geronimo, milanese che lavora nel campo della comunicazione. Lui ha gli agganci giusti e può farci entrare ugualmente.
Arrivano i Benvestiti. L'ordine dei Malvestiti si ritrova fuori dal locale con il gruppo dei Benvestiti. Questa la formazione dei secondi: Ilaria, Lorena, Miki, Cangura. A tutto campo Geronimo. Il Moro prova a giustificarsi con il padano: "Scusami ma non ci avevano avvertiti", poi parlando di me "lui ha i sandali". Geronimo guarda i sandali e quasi sviene, ma resiste: "Proviamo", dice. Gambardella mi sta davanti per evitare che i buttafuori vedano i sandali e mi portino al centro sociale più vicino. Entriamo senza problemi.
La rivelazione. Geronimo ha prenotato un tavolo. Vedo la Cangura che parla fitto con il Moro: fiuto il pericolo. Il Carreras di Sicilia mi guarda e chiede di seguirlo assieme a Diego Armando. "Ho una notizia, belli, non tanto piacevole". "Quale?", domandiamo noi. "Il tavolo prenotato da Geronimo è solo per i Benvestiti. Noi, se vogliamo stare con loro, dobbiamo pagare 25 euro". Penso a Viareggio, i coriandoli, Kate Moss, la Samp con lo scudetto, un gelato, un articolo di Marco Travaglio, il vino rosso, Jeff Buckley. Insomma qualcosa di bello per non morire. El pibe di Napoli rimane con gli occhi sbarrati per 5 minuti. Nemmeno per lo scudetto fece tanto. Tuttavia il Moro ha una soluzione, concertata assieme a Miki. "Dividiamo tutto dopo, anche con i Benvestiti".Passata la voglia di fuggire e andare a cantare Battisti con un gruppo di punkabbestia, accetto la magnanima proposta.
La serata. La deejay selection è da urlo. Corona, Snap, Haddaway, tutto il peggio dei Novanta, quando ero alle medie e portavo l'apparecchio fisso. Il gruppo finalmente unito, si fraziona nuovamente. Io e Diego nelle varie piste, i Benvestiti con le spie Francesca e Moro, tra tavolo e pista al coperto. Verso le 3,30 ci ritroviamo tutti. Meno due. Geronimo e la Cangura. Dispersi nel litorale laziale. I Malvestiti e i Benvestiti trovano notevoli punti di contatto nell'attesa dei due.
Attendisti anonimi. Disposti in circolo, come un gruppo di alcolisti anonimi che confessano i loro guai con l'alcol, gli attendisti anonimi cercano di ingannare il tempo. Diego, non pago, gira per le piste, dopo aver cercato di fotografare in tutti i modi Geronimo. Nemmeno Fabrizio Corona sarebbe stato così ostinato. Poi la fuga con la Cangura, e lo scoop che salta. Io penso a Battisti, Ilaria ogni tanto dice qualcosa a Francesca, Lorena dorme. Il Moro e Miki parlottano. Quando i buttafuori, gentilmente, ci chiedono di alzarci. Il locale sta chiudendo. E in contemporanea, ritornano anche i dispersi. Si dice abbiano parlato di comunicazione e i nuovi media, del digitale terrestre e della Gasparri. Per poi chiudere con il rinnovo del Cda Rai.
Verso Roma. Io, il Moro, Miki e Diego salutiamo gli altri e andiamo verso casa. Il tutto verso le 5,30. Diego comincia un monologo sulla sua coinquilina, con un energia che basterebbe ad illuminare per cinque anni l'Altare della Patria. Io accuso, e mi rilasso.
Torno da te. Dopo aver accompagnato la Miki a casa, ritrovato le altre e visto Geronimo vagare come un' anima senza pace in cerca di non si sa cosa in via del Fontanile Arenato, il Moro mi riporta alla Vespa. Io e Diego, ancora carico, torniamo verso casa. Ho ancora le forze di prendere un maritozzo con la panna. Avevo bisogno di rendere dolce il mio risveglio.
Elogio di Rihanna
Rihanna non è una pop-idol come le altre. La sua diversità si percepisce a prima vista. Sarà per quegli occhi verdi come le foglie d'estate, leggermente a mandorla. In chi vi scrive questi occhi fanno da trampolino verso lidi inesplorati, sono portali per orizzonti esotici. Mi sento come Paul Gauguin al momento della partenza per Tahiti. Magari anche nella sua testa di artista albergavano due occhi limpidi. Ogni tanto basta poco per spingere la mente a viaggiare.
Rihanna è l'immaginazione. Lontana da Britney Spears, ex Lolita cresciuta nei Burger King dove si faceva avvicinare da qualche brufoloso teenager yankee con la canottiera di Shaquille O'Neal. La sua pelle è cioccolato al latte, ma non si è squagliata al sole delle Barbados, dove è nata e ha vissuto gli anni dell'adolescenza. Dal piccolo schermo emana profumi segreti e nascosti, guardi le sue movenze e ti senti addosso una camicia sgargiante, gli infradito, trascinato da mani invisibili in un bar in legno, dove la barista ti sorride e ti mette una collana di fiori.
Rihanna è sincretismo. Dalle spiaggie al cemento, agli infissi in ferro dei palazzi newyorchesi, senza perdere la freschezza. Selvaggia naturalezza e leggi del profitto. Marketing. Piedi nudi. Ci ha guadagnato qualche milione di dollari lasciando la sabbia dove camminava con le amiche, vestita semplicemente, una gonna che le arriva alle caviglie e una maglietta senza pretese. Ma le manca il rumore del suo mare.
Rihanna è femminile. Ha scritto donna su ogni parte del corpo. Sembra conoscere innatamente le leggi che governano gli occhi degli uomini. Incantesimi da terre che il turismo di massa vede, ma non sente.
Adesso è ricca, famosa, bella, nel fiore della gioventù.
Goditi quello che hai. Finchè ti basterà.
Rihanna è l'immaginazione. Lontana da Britney Spears, ex Lolita cresciuta nei Burger King dove si faceva avvicinare da qualche brufoloso teenager yankee con la canottiera di Shaquille O'Neal. La sua pelle è cioccolato al latte, ma non si è squagliata al sole delle Barbados, dove è nata e ha vissuto gli anni dell'adolescenza. Dal piccolo schermo emana profumi segreti e nascosti, guardi le sue movenze e ti senti addosso una camicia sgargiante, gli infradito, trascinato da mani invisibili in un bar in legno, dove la barista ti sorride e ti mette una collana di fiori.
Rihanna è sincretismo. Dalle spiaggie al cemento, agli infissi in ferro dei palazzi newyorchesi, senza perdere la freschezza. Selvaggia naturalezza e leggi del profitto. Marketing. Piedi nudi. Ci ha guadagnato qualche milione di dollari lasciando la sabbia dove camminava con le amiche, vestita semplicemente, una gonna che le arriva alle caviglie e una maglietta senza pretese. Ma le manca il rumore del suo mare.
Rihanna è femminile. Ha scritto donna su ogni parte del corpo. Sembra conoscere innatamente le leggi che governano gli occhi degli uomini. Incantesimi da terre che il turismo di massa vede, ma non sente.
Adesso è ricca, famosa, bella, nel fiore della gioventù.
Goditi quello che hai. Finchè ti basterà.
Indiavolato Coiffeur
Cari lettori, credevo avrei passato una domenica tranquilla. Niente trasferte lavorative, solo un po' di radio e qualche traduzioncina giusto per dare una mano a lavoro. Invece, mio malgrado, ho subito un restyling il cui il risultato è ben tangibile.
Sabato sera, ore 4,50, sotto casa dell'Indiavolato. Riaccompagno a casa l'Indiavolato, un uomo che non conosce soste, dopo una serata al Circolo degli Artisti. A quel punto gli paleso l'intenzione di sfoltire la mia capigliatura. L'elettrico di Trani dice di essere pratico, perchè è solito farsi i capelli da solo. Convinto dalla sua sicurezza, gli chiedo se può cortesemente aiutarmi. Lui, gentilmente, mi invita a casa sua per un pomeriggio di calcio e rinnovamento look.
Domenica ore 18,30. Terminate le partite e viste le sintesi, i miei capelli possono essere tagliati. L'Indiavolato in versione barbiere mi conduce in bagno, dove mi chiede, professionalmente, come voglio i capelli. Io posiziono la macchinetta sulla tacca che segna 15 millimetri e poi la passo alle esperti mani pugliesi dell'amico. Mi chino sul lavandino, per quella che fino ad ora è l'esperienza più omosessuale che io abbia mai avuto, e l'Indiavolato comincia l'opera.
Un trattamento coi fiocchi. L'uomo senza attimi di relax sembra stia disboscando Villa Pamphili, tanta è la violenza con cui aggredisce il mio cuoio capelluto. Ogni tanto commenta: "Quanti capelli hai?" oppure "Certo che dietro facevi proprio cagare". Tuttavia quando mi vedo allo specchio noto con piacere che il lavoro del Rossonero Barese è tutt'altro che disprezzabile. Manca solo la rifinitura.
Il significato di "Rifinire". Cito De Mauro. Rifinire: "perfezionare curando minuziosamente ogni dettaglio". Quindi, uno che rifinisce fa un lavoro di cesello, deve essere delicato e allo stesso tempo meticoloso.
Rifinire per l'Indiavolato. Il significato di rifinire per l'uomo di Trani è il seguente: "Sgrezzare e amputare qualsiasi cosa rubi del tempo ai commenti calcistici dei post-partita e all'esame di spagnolo". Avrete capito che il ritmo dell'amico non era quello di un frate amanuense. Infatti, ad un certo punto, mentre per il bagno volavano chiocche di capelli, alcune dei vicini di casa, tanta era la foga del pugliese, sento un rumore sinistro provenire dalla macchinetta.
"Lore abbiamo un problema". L'enigma è presto risolto. La furia "barbieristica" dell' Indiavolato aveva fatto scattare la macchinetta, portandola da 1,5 centimetri a 3 millimetri. Vista la situazione mentre la molecola della provincia barese si ritolava per il bagno ridendo a crepapelle, decido, onde evitare mi scambiassero per Frankenstein, di fare tutta la testa a misura "foga di Indiavolato". Il pugliese, oramai ripresosi, chiude l'opera in pochi minuti, e mi rimanda a casa diverso da com'ero entrato. L'Indiavolato dirige un giornale online, che trovate linkato al blog. Spero solo non cambi mestiere.
Sabato sera, ore 4,50, sotto casa dell'Indiavolato. Riaccompagno a casa l'Indiavolato, un uomo che non conosce soste, dopo una serata al Circolo degli Artisti. A quel punto gli paleso l'intenzione di sfoltire la mia capigliatura. L'elettrico di Trani dice di essere pratico, perchè è solito farsi i capelli da solo. Convinto dalla sua sicurezza, gli chiedo se può cortesemente aiutarmi. Lui, gentilmente, mi invita a casa sua per un pomeriggio di calcio e rinnovamento look.
Domenica ore 18,30. Terminate le partite e viste le sintesi, i miei capelli possono essere tagliati. L'Indiavolato in versione barbiere mi conduce in bagno, dove mi chiede, professionalmente, come voglio i capelli. Io posiziono la macchinetta sulla tacca che segna 15 millimetri e poi la passo alle esperti mani pugliesi dell'amico. Mi chino sul lavandino, per quella che fino ad ora è l'esperienza più omosessuale che io abbia mai avuto, e l'Indiavolato comincia l'opera.
Un trattamento coi fiocchi. L'uomo senza attimi di relax sembra stia disboscando Villa Pamphili, tanta è la violenza con cui aggredisce il mio cuoio capelluto. Ogni tanto commenta: "Quanti capelli hai?" oppure "Certo che dietro facevi proprio cagare". Tuttavia quando mi vedo allo specchio noto con piacere che il lavoro del Rossonero Barese è tutt'altro che disprezzabile. Manca solo la rifinitura.
Il significato di "Rifinire". Cito De Mauro. Rifinire: "perfezionare curando minuziosamente ogni dettaglio". Quindi, uno che rifinisce fa un lavoro di cesello, deve essere delicato e allo stesso tempo meticoloso.
Rifinire per l'Indiavolato. Il significato di rifinire per l'uomo di Trani è il seguente: "Sgrezzare e amputare qualsiasi cosa rubi del tempo ai commenti calcistici dei post-partita e all'esame di spagnolo". Avrete capito che il ritmo dell'amico non era quello di un frate amanuense. Infatti, ad un certo punto, mentre per il bagno volavano chiocche di capelli, alcune dei vicini di casa, tanta era la foga del pugliese, sento un rumore sinistro provenire dalla macchinetta.
"Lore abbiamo un problema". L'enigma è presto risolto. La furia "barbieristica" dell' Indiavolato aveva fatto scattare la macchinetta, portandola da 1,5 centimetri a 3 millimetri. Vista la situazione mentre la molecola della provincia barese si ritolava per il bagno ridendo a crepapelle, decido, onde evitare mi scambiassero per Frankenstein, di fare tutta la testa a misura "foga di Indiavolato". Il pugliese, oramai ripresosi, chiude l'opera in pochi minuti, e mi rimanda a casa diverso da com'ero entrato. L'Indiavolato dirige un giornale online, che trovate linkato al blog. Spero solo non cambi mestiere.
A un fratello acquisito
E' difficile separarsi. C'è sempre il rischio di perdersi, i chilometri sono una brutta bestia. C'è anche la sensazione che qualcosa cambierà, perchè la distanza ha le sue leggi, un regolamento non scritto, che può imporre l'atrofizzarsi di certe dinamiche, la perdita di senso di tante parole scaricate sulla cornetta del telefono. E' un periodo di cambiamenti, amici del blog, non solo miei. Tra un po' anche il Tetragono aprirà un nuovo capitolo della sua vita solida. Ha ricevuto una proposta di lavoro in Inghilterra, che ha accettato. Ci ricorderemo sempre le sue meravigliose performances: come quella volta in cui, sul posto di lavoro, diede, senza pensarci, del "vecchietto che sta lì a non fare un cazzo" al padre del capo. Oppure quando si sfracellò al suolo dopo il concerto dei Chemical Brothers a Jesolo: non vide un muretto, ci inciampò sopra e si fece malissimo. Io e il Pista eravamo presenti, ci ricordiamo bene. Quando impazzì e mi tirò un elenco telefonico di Atene, completamente ubriaco di whisky e Aulin. Un'altra cosa bellissima il Tetragono la combinò in via Versilia a Marina di Pietrasanta, nell'anno tra il liceo e l'università. Ci trovavamo lì per lavoro, quando una macchina gli passò vicino, e in tutta risposta lui smoccolò per tutta la strada, davanti ai turisti attoniti. Sempre sulla strada marinella, una volta ci entrò in macchina un signore anziano in bicicletta. Il Tetragono guidava e io, senza sapere perchè, mi ritrovai addosso un uomo, entrato dal finestrino. E come dimenticare, nella sua ultima puntata romana, la sbornia di vino rosso, che, dopo una serata brillantissima, lo fece finire in bagno a pelle di leone. Tuttavia mi ricordo benissimo momenti in cui ci siamo sostenuti vicendevolemente, scoprendoci diversi e vicinissimi. Le chiaccherate di ore al telefono, durante le quali, la prima parola pubblicabile arriva dopo circa 4 ore. Le confidenze sulle donne, ed altri commenti meno leciti. Le distanze fisiche sono pericolose, carissimo amico, ma continueremo a camminare insieme. Fianco a fianco. Buona fortuna, o, se preferisci, good luck.
La grande notte del Moro d'Avola
Carissimi amici, solo lui e pochi altri potevano risvegliare nel vostro amatissimo l'ispirazione umoristica (o meglio, che avrebbe questo intento), dopo i sentimentalismi per il Tetragono. Torno infatti a cantare le gesta del Moro, un uomo dalla voce così potente che se avesse cantato ai funerali di Pavarotti, i modenesi lo avrebbero designato subito erede del grande tenore. Il Carreras della provincia siracusana è tornato alla grande con una serata, a parer mio, davvero da ricordare.
Ore 16,45, Cpt Nicolò V. Dopo un pranzo a base di verdure e gorgonzola, io e la Zingara ci mettiamo a chiaccherare un po'. Fino a quando una telefonata non interrompe l'idillio. "Pronto Lore", e sento che l'orecchio destro, dove avevo posizionato il cellulare, perde lentamente le sue funzionalità. Era il Moro, un uomo capace, in due parole, di mandarti all'Amplifon. Il telefono trema anche se la vibrazione non è attivata e per salvare l'udito, posiziono il cellulare in cucina e poi torno in camera della Zingara, tanto si sentiva bene lo stesso. L'amico siciliano, dalla cucina, mi fa una proposta assolutamente irrinunciabile, per gli amanti del calcetto: una sgambata tra amici per riprendere fiato e giocare con l'amato pallone. Senza esitazioni, vado a casa mia a prepararmi.
Ore 18,15, sotto casa del Moro. Lascio la Vespa sotto casa del Domingo di Avola e salgo sulla sua macchina. Il suo amico Tano, detto Tanko, per la sua rudezza in campo, ci aspetta alla metro Garbatella. Una volta prelevato Tanko ci dirigiamo verso i calcetto.
Ore 19, calcio d'inizio. Io, il Moro e Tanko siamo in squadra insieme e devo dire che qualche affascinante trama di gioco, casualmente, ma chi se ne frega, esce fuori, con un'intesa Moro-Vostro Amatissimo davvero sorprendente. Memorabile un mio assist di nuca sulla corsa del Moro, che poi scarica in rete il suo destro con chirurgica precisione. Meno male che non ha esultato gridando altrimenti il sintetico che ricopre il campo sarebbe volato sulla Colombo, e il gestore ci avrebbe chiesto i danni. L'impresa del Boninsegna isolano è resa ancora più entusiasmante dalle sue condizioni fisiche. Toccato duro sulla tempia da un gomito malandrino, il Moro non si mette paura e gioca come se fosse la finale della Champions League. Alla fine è un trionfo. Soddisfatto e stanchissimo, vado a fare la doccia, mentre Tanko e il Moro mi aspettano vicino alla macchina, ancora in tenuta da sport.
Ore 20,30, la paura. Il Moro prende la macchina e parte alla volta della metro, per riaccompagnare Tanko. Quando ad un certo punto, si ferma, perchè la vista gli si era misteriosamente annebbiata. Sinceramente spaventati, io e Tanko, che era passato alla guida, convinciamo il Moro, dopo una lunga trattativa, a farsi visitare al pronto soccorso.
Al Cto. Il pronto soccorso più vicino è il Cto. Scendiamo, firmiamo fogli e poi il Moro si reca a farsi visitare. Il brutto è che, dopo 5 minuti, il Carreras di Sicilia ritorna indietro, perchè, a detta dei medici, non c'erano le attrezzature per risolvere il suo problema.
Al San Camillo. Il grosso ospedale sulla Gianicolense è la seconda tappa. Sbrighiamo rapidamente le pratiche e poco dopo un'infermiera accompagna il Moro in sala d'attesa. Io e Tanko ci mettiamo a sedere nella sala degli accompagnatori, e, presi dal un leggero languorino, svuotiamo i distributori automatici di Fiesta, Crackers e Coca Cola. Quando dopo circa mezzora, vediamo spuntare la silhouette del Moro, che ci dice, con un filo di voce (e questo la dice lunga sulle sue condizioni): "Vado via perchè c'è chi sta messo peggio, e la gente aspetta dalle 15,30". Considerando che le lancette battevano la mezzanotte, l'idea del Moro ha ben più di un fondamento.
All'Oftalmico. Le condizioni del Moro non sono splendide e allora io e Tanko, vinciamo la palma d'oro della diplomazia convincendo The Voice che era meglio farsi vedere piuttosto che rischiare. E a quel punto lo portiamo all'Oftalmico, dove ci accoglie un simpatico infermiere che ci da subito udienza, anche perchè segretamente innamorato della mascolinità tutta sicula del Moro.
La visita è fatta!! Il Moro viene visitato e il responso è tutto sommato tranquillo: un brutto colpo alla tempia, ma basta un po' di riposo e tutto passerà in breve tempo.
Il languorino persiste. L'Hospital Tour non ha certo fermato il nostro appetito. E Tanko, che, cosi come il Moro, ha fatto tutta la trafila vestito da calcetto (il Moro era addirittura in calzoncini corti e scarpe chiodate, infatti ha dovuto fare un altro tour notturno negli ospedali per farsi togliere il ghiaccio e le stalattiti dai polpacci), ci invita a prendere dei Cordon Bleu a casa sua. Impossibile dire di no a una simile prelibatezza.
A casa di Tanko. Il salotto di Tanko invoglia il riposo e la siesta: comodi divani, grande Tv, calcio. Quasi tutto quello che serve per rendere felice un maschio. Ingolositi dalla poltrone, io e il Moro non perdiamo tempo e ci abbandoniamo al piacere.
Un tuono nel buio. "Non vedo un divano da circa sei mesi", queste le parole del Moro prima del dramma. Il siciliano in preda alla stanchezza, non si siede sul divano, ma ci si butta lasciando andare tutto il suo peso a corpo morto. E, con una violenza che non si vedeva da tempo, sbatte la testa contro il pomello di legno del divano, facendo un rumore degno dello sparo di un cannone. Il Carreras di Avola si rialza di scatto e si tocca nervosamente la testa appena visitata, io do un'occhiata per vedere se era tutto ok, e appurato l'ottimo stato di salute della capa nera dell'amico, ho una crisi di riso che dura almeno un quarto d'ora. Quando poi il Moro mi mostra il pezzo di legno del pomello, tranciato dalla voglia matta di relax della nuca siciliana, alla risate si aggiungono le lacrime.
Cinema d'autore. Finita la gustosa cena preparata da Tanko, ci mettiamo a vedere una parte del "Ritorno di Cagliostro" film di Ciprì e Maresco, fino a quando il sonno ci lascia energie a sufficienza. Alle 3,45 infatti la voglia di letto riporta me e il Moro verso la Voice-Car. Accompagno l'amico (ancora in calzoncini corti e scarpe da calcetto) a casa, prendo la Vespa e ritorno a casa. E desidero ringraziare ardentemente il Moro, capace anche nella sfortuna, di creare situazioni divertenti, che questo blog, non poteva fare a meno di raccontare.
Ore 16,45, Cpt Nicolò V. Dopo un pranzo a base di verdure e gorgonzola, io e la Zingara ci mettiamo a chiaccherare un po'. Fino a quando una telefonata non interrompe l'idillio. "Pronto Lore", e sento che l'orecchio destro, dove avevo posizionato il cellulare, perde lentamente le sue funzionalità. Era il Moro, un uomo capace, in due parole, di mandarti all'Amplifon. Il telefono trema anche se la vibrazione non è attivata e per salvare l'udito, posiziono il cellulare in cucina e poi torno in camera della Zingara, tanto si sentiva bene lo stesso. L'amico siciliano, dalla cucina, mi fa una proposta assolutamente irrinunciabile, per gli amanti del calcetto: una sgambata tra amici per riprendere fiato e giocare con l'amato pallone. Senza esitazioni, vado a casa mia a prepararmi.
Ore 18,15, sotto casa del Moro. Lascio la Vespa sotto casa del Domingo di Avola e salgo sulla sua macchina. Il suo amico Tano, detto Tanko, per la sua rudezza in campo, ci aspetta alla metro Garbatella. Una volta prelevato Tanko ci dirigiamo verso i calcetto.
Ore 19, calcio d'inizio. Io, il Moro e Tanko siamo in squadra insieme e devo dire che qualche affascinante trama di gioco, casualmente, ma chi se ne frega, esce fuori, con un'intesa Moro-Vostro Amatissimo davvero sorprendente. Memorabile un mio assist di nuca sulla corsa del Moro, che poi scarica in rete il suo destro con chirurgica precisione. Meno male che non ha esultato gridando altrimenti il sintetico che ricopre il campo sarebbe volato sulla Colombo, e il gestore ci avrebbe chiesto i danni. L'impresa del Boninsegna isolano è resa ancora più entusiasmante dalle sue condizioni fisiche. Toccato duro sulla tempia da un gomito malandrino, il Moro non si mette paura e gioca come se fosse la finale della Champions League. Alla fine è un trionfo. Soddisfatto e stanchissimo, vado a fare la doccia, mentre Tanko e il Moro mi aspettano vicino alla macchina, ancora in tenuta da sport.
Ore 20,30, la paura. Il Moro prende la macchina e parte alla volta della metro, per riaccompagnare Tanko. Quando ad un certo punto, si ferma, perchè la vista gli si era misteriosamente annebbiata. Sinceramente spaventati, io e Tanko, che era passato alla guida, convinciamo il Moro, dopo una lunga trattativa, a farsi visitare al pronto soccorso.
Al Cto. Il pronto soccorso più vicino è il Cto. Scendiamo, firmiamo fogli e poi il Moro si reca a farsi visitare. Il brutto è che, dopo 5 minuti, il Carreras di Sicilia ritorna indietro, perchè, a detta dei medici, non c'erano le attrezzature per risolvere il suo problema.
Al San Camillo. Il grosso ospedale sulla Gianicolense è la seconda tappa. Sbrighiamo rapidamente le pratiche e poco dopo un'infermiera accompagna il Moro in sala d'attesa. Io e Tanko ci mettiamo a sedere nella sala degli accompagnatori, e, presi dal un leggero languorino, svuotiamo i distributori automatici di Fiesta, Crackers e Coca Cola. Quando dopo circa mezzora, vediamo spuntare la silhouette del Moro, che ci dice, con un filo di voce (e questo la dice lunga sulle sue condizioni): "Vado via perchè c'è chi sta messo peggio, e la gente aspetta dalle 15,30". Considerando che le lancette battevano la mezzanotte, l'idea del Moro ha ben più di un fondamento.
All'Oftalmico. Le condizioni del Moro non sono splendide e allora io e Tanko, vinciamo la palma d'oro della diplomazia convincendo The Voice che era meglio farsi vedere piuttosto che rischiare. E a quel punto lo portiamo all'Oftalmico, dove ci accoglie un simpatico infermiere che ci da subito udienza, anche perchè segretamente innamorato della mascolinità tutta sicula del Moro.
La visita è fatta!! Il Moro viene visitato e il responso è tutto sommato tranquillo: un brutto colpo alla tempia, ma basta un po' di riposo e tutto passerà in breve tempo.
Il languorino persiste. L'Hospital Tour non ha certo fermato il nostro appetito. E Tanko, che, cosi come il Moro, ha fatto tutta la trafila vestito da calcetto (il Moro era addirittura in calzoncini corti e scarpe chiodate, infatti ha dovuto fare un altro tour notturno negli ospedali per farsi togliere il ghiaccio e le stalattiti dai polpacci), ci invita a prendere dei Cordon Bleu a casa sua. Impossibile dire di no a una simile prelibatezza.
A casa di Tanko. Il salotto di Tanko invoglia il riposo e la siesta: comodi divani, grande Tv, calcio. Quasi tutto quello che serve per rendere felice un maschio. Ingolositi dalla poltrone, io e il Moro non perdiamo tempo e ci abbandoniamo al piacere.
Un tuono nel buio. "Non vedo un divano da circa sei mesi", queste le parole del Moro prima del dramma. Il siciliano in preda alla stanchezza, non si siede sul divano, ma ci si butta lasciando andare tutto il suo peso a corpo morto. E, con una violenza che non si vedeva da tempo, sbatte la testa contro il pomello di legno del divano, facendo un rumore degno dello sparo di un cannone. Il Carreras di Avola si rialza di scatto e si tocca nervosamente la testa appena visitata, io do un'occhiata per vedere se era tutto ok, e appurato l'ottimo stato di salute della capa nera dell'amico, ho una crisi di riso che dura almeno un quarto d'ora. Quando poi il Moro mi mostra il pezzo di legno del pomello, tranciato dalla voglia matta di relax della nuca siciliana, alla risate si aggiungono le lacrime.
Cinema d'autore. Finita la gustosa cena preparata da Tanko, ci mettiamo a vedere una parte del "Ritorno di Cagliostro" film di Ciprì e Maresco, fino a quando il sonno ci lascia energie a sufficienza. Alle 3,45 infatti la voglia di letto riporta me e il Moro verso la Voice-Car. Accompagno l'amico (ancora in calzoncini corti e scarpe da calcetto) a casa, prendo la Vespa e ritorno a casa. E desidero ringraziare ardentemente il Moro, capace anche nella sfortuna, di creare situazioni divertenti, che questo blog, non poteva fare a meno di raccontare.
Il ramo, il casco, il kebab
Amici del blog, in questi ultimi giorni sono successe cose davvero splendide. I fatti da raccontare sono moltissimi, e penso che avrò un bel po' di lavoro da sbrigare su "Spazi Bianchi". La situazione che mi accingo a raccontarvi ha per protagonisti due personaggi che i lettori ormai conosceranno benissimo.
Ore 4 di un venerdì mattina. Io e l'Indiavolato, un uomo che teme il relax come gli elefanti i topi, usciamo da casa di Tanko, che ci aveva cortesemente invitato per un ritrovo nella sua dimora.
Senza sapere come (o meglio non si può spiegare come), il Diavolo sale sulla Vespa, che con il freddo diventa sempre più vogliosa di letargo, con un ramo, lungo circa un metro, di una pianta non precisata. Per nulla stupito dall'iniziativa nonsense dell'amico, torniamo verso Trastevere, nelle cui vicinanze abita l'uomo di Trani.
Vale Rossi. Rumorosi come un concerto dei Kiss, io e l'Indiavolato cantiamo a squarciagola cori da stadio. Sempre con la palma in mano ci gettiamo a velocità massima in via del Porto Fluviale.
Lanciatissimo e concentrato come Vale Rossi sulla pista di Laguna Seca, sento l'Indiavolato pronunciare la seguente frase: "Lore fermati".
Il Diavolo quieto. Due parole, dette con calma olimpica. Poi prosegue: "mi è volato via il casco". Immediatamente, mi fermo sulla sinistra, quando un rumore fastidiosissimo, risuona nella Roma notturna. Una macchina aveva preso il casco trascinandolo per alcuni metri, facendo scintille sull'asfalto. L'Indiavolato, con la pianta in mano, scende dalla Vespa e si avvicina all'auto. Il finestrino dell'autovettura si abbassa, lentamente, lasciando intravedere il volto dell'automobilista. Poi una voce, mai così soave come in quegli istanti.
"A Roma ci sono quattro milioni di persone, ma proprio voi due dovevo incontrare?". La possente voce dell'uomo fa sbalzare l'Indiavolato a Porta Portese. Non avete sbagliato amici. Era proprio lui, il Moro d'Avola, anche lui presente da Tanko. Sorpresi e attoniti da una simili casualità, ci sbellichiamo dalla risate e decidiamo di festeggiare questo splendido incrocio notturno con un bel kebab, di cui l'Indiavolato e il Moro, vanno ghiottissimi. Verso le 5 ritorno a casa, infreddolito, con un casco arso dalla Moro Mobil, e mi lascio andare sul letto, dove mi ritrovo alle 7, ancora in camicia e jeans.
Ore 4 di un venerdì mattina. Io e l'Indiavolato, un uomo che teme il relax come gli elefanti i topi, usciamo da casa di Tanko, che ci aveva cortesemente invitato per un ritrovo nella sua dimora.
Senza sapere come (o meglio non si può spiegare come), il Diavolo sale sulla Vespa, che con il freddo diventa sempre più vogliosa di letargo, con un ramo, lungo circa un metro, di una pianta non precisata. Per nulla stupito dall'iniziativa nonsense dell'amico, torniamo verso Trastevere, nelle cui vicinanze abita l'uomo di Trani.
Vale Rossi. Rumorosi come un concerto dei Kiss, io e l'Indiavolato cantiamo a squarciagola cori da stadio. Sempre con la palma in mano ci gettiamo a velocità massima in via del Porto Fluviale.
Lanciatissimo e concentrato come Vale Rossi sulla pista di Laguna Seca, sento l'Indiavolato pronunciare la seguente frase: "Lore fermati".
Il Diavolo quieto. Due parole, dette con calma olimpica. Poi prosegue: "mi è volato via il casco". Immediatamente, mi fermo sulla sinistra, quando un rumore fastidiosissimo, risuona nella Roma notturna. Una macchina aveva preso il casco trascinandolo per alcuni metri, facendo scintille sull'asfalto. L'Indiavolato, con la pianta in mano, scende dalla Vespa e si avvicina all'auto. Il finestrino dell'autovettura si abbassa, lentamente, lasciando intravedere il volto dell'automobilista. Poi una voce, mai così soave come in quegli istanti.
"A Roma ci sono quattro milioni di persone, ma proprio voi due dovevo incontrare?". La possente voce dell'uomo fa sbalzare l'Indiavolato a Porta Portese. Non avete sbagliato amici. Era proprio lui, il Moro d'Avola, anche lui presente da Tanko. Sorpresi e attoniti da una simili casualità, ci sbellichiamo dalla risate e decidiamo di festeggiare questo splendido incrocio notturno con un bel kebab, di cui l'Indiavolato e il Moro, vanno ghiottissimi. Verso le 5 ritorno a casa, infreddolito, con un casco arso dalla Moro Mobil, e mi lascio andare sul letto, dove mi ritrovo alle 7, ancora in camicia e jeans.
Spazi poetici/1 - Amante della natura
Accarezzi le piante e i fiori belli
ami gli alberi del tuo giardino,
curi i rami come fossero tuoi capelli
e mentre bevo un bicchier di vino
vedo che parli con le rondini e i volatili
e io, forse dozzinale, misero, e vuoto
mi domando con parole infantili
"ma invece di seguire degli uccelli il moto
potevi, invece che accarezzare rondini e piccioni
toccare il mio, slacciandomi i pantaloni?
Spazi Poetici/2 - Capelli Rossi
Seduto sulle scale dell'università
affogo la mente in mille pensieri
la vita, l'esistenza, la banalità
fino a quando non è giunto ieri
sei passata rapida e spedita,
solo un ricordo il rosso dei capelli
e ora un pensiero tormenta il mio cammino;
chissà se rossi hai solo i riccioli ribelli
o anche il sogno di noi maschi, il triangolino.
affogo la mente in mille pensieri
la vita, l'esistenza, la banalità
fino a quando non è giunto ieri
sei passata rapida e spedita,
solo un ricordo il rosso dei capelli
e ora un pensiero tormenta il mio cammino;
chissà se rossi hai solo i riccioli ribelli
o anche il sogno di noi maschi, il triangolino.
Lettere a un bambino mai nato
Cari lettori, quello che state leggendo è un evento che segnerà la storia di questo blog. Infatti, per la prima volta, non posso raccontarvi di persona quello che mi è successo. Il motivo? Le mie condizioni non erano proprio sanissime... diciamo che quella sera a Piazzale della Radio, il vostro amatissimo era leggermente alterato. Ma un osservatore che si rispetti porta sempre con se altri due occhi di riserva. E per questo ho deciso di dare voce all'uomo che mi ha seguito durante i miei deliri notturni, accompagnandomi in giro per viale Marconi e stradine parallele. Quest'uomo è l'Indiavolato, e per sapere tutto quello che ha da raccontarvi, basta continuare a far scorrere i vostri occhi sulle parole. A voi.
Che rabbia. Non poter raccontare a qualcuno quello che è successo perché non c’era. Soprattutto quando ti appartiene. Io ti scrivo perché non c’eri. E perché, in parte, è anche colpa mia se non posso raccontarti cosa è accaduto. Si proprio tu, che hai perso la splendida festa a casa della Cangura e di Miki Ragù, nella nuova dimora a Piazzale della Radio. Tu che non hai potuto osservare l’Ammazzaverde, più in forma che mai, gettare un intero bicchiere di vino sul pavimento della cucina, senza alcuna motivazione plausibile. Tu che non hai avuto la fortuna di assistere alla prestazione del Moro, l’unico presente alla festa che parlava da Piazzale della Radio con gli invitati che stazionavano in cucina. Tu che non hai ammirato la foga distruttiva della Cangura quando ha chiuso in bagno la sua bionda coinquilina, costringendola ad ammettere che aveva fatto la comparsa nel film “Tre metri sopra il cielo”. E non c’è stato alcun modo di ridere con me, mentre mettevo in giro questa assurda e infondata voce, diffusasi parallelamente al tempo che trascorreva e alle bottiglie di alcolici che terminavano. Non hai osservato il tentativo da parte di Mantix di rompersi una gamba, quando ha provato a gettarsi in terra, ma per miracolo è rimasto in piedi. Ma soprattutto Lobi, quello a te più caro. Quella sera sembrava un cameriere dell’Hilton, girava per tutte le stanze e riempiva i bicchieri degli invitati. Senza mai perdere di vista il suo bicchiere. A fine serata, un Lobi visibilmente scosso, s’impone di tornare a casa con la sua Vespa. Un cappuccio sulla testa, forse inconsciamente a coprire lo scempio causato un mese fa da me (vedi Indiavolato coiffeur). Propongo al vero Indiavolato della serata di dormire da me. Ma nulla. Tu non puoi immaginare cosa è successo dopo. Decido di camminare un po’ per far smaltire al Divin Lobi la sbronza, conducendolo verso i simpatici turchi del Kebab in Via O. da Gubbio. Ad un tratto comincia a parlare in francese, ma non da solo. Peccato, tu non c’eri. Discute di politica estera, di economia e della musica transalpina con un cestino della spazzatura, sapientemente scippato dal portone del palazzo Cangura-Ragù. Il tutto in un francese incomprensibile. Giunti dagli amici turchi, uno dei due ci chiede:”Avete bevuto?”. Ma il Bianchi non li degna di una risposta. Proprio così. E il figlio illegittimo di Hakan Sukur sorride, offrendoci un falafel a testa per la simpatia. Terminato lo spuntino delle 4 del mattino, riprende il cestino che aveva lasciato all’angolo della strada e lo porta con sé, nel portone della mia abitazione. Una volta saliti su a casa, decido di preparare un caffè al vero protagonista dell’Autunno Carico 2007, per tentare di rianimarlo. Nel mentre si dirige nel bagno, e si chiude. Cinque interminabili minuti. Mi dirigo la prima volta da Lorenzo, impegnato nella sua “seduta spiritica”, e busso invano alla porta. Dopo avere versato il caffè nella tazzina, guardo l’orologio e comprendo che TU stai per venire alla luce. Mi dirigo nuovamente in bagno, e al secondo tentativo le mie orecchie odono un fastidioso rumore. Decido di intervenire e di rischiare il tutto per tutto. Forse il quel momento lui stava pensando al tuo nome, pensava a te. Invece al mio ingresso trovo Lobi in una posizione straordinaria sul water, che dormiva e russava. Un’esperienza che consiglio a tutti dopo un kebab. Con i miei modi di fare da gentildonna del Medioevo, percuoto il Lobi, che mi dice:”Ah, non ho fatto nulla!”. Solo in quel momento ho realizzato che non saresti venuto al mondo e che ero stato io a causare l’aborto. Un Lobi così non s’era mai visto.
Che rabbia. Non poter raccontare a qualcuno quello che è successo perché non c’era. Soprattutto quando ti appartiene. Io ti scrivo perché non c’eri. E perché, in parte, è anche colpa mia se non posso raccontarti cosa è accaduto. Si proprio tu, che hai perso la splendida festa a casa della Cangura e di Miki Ragù, nella nuova dimora a Piazzale della Radio. Tu che non hai potuto osservare l’Ammazzaverde, più in forma che mai, gettare un intero bicchiere di vino sul pavimento della cucina, senza alcuna motivazione plausibile. Tu che non hai avuto la fortuna di assistere alla prestazione del Moro, l’unico presente alla festa che parlava da Piazzale della Radio con gli invitati che stazionavano in cucina. Tu che non hai ammirato la foga distruttiva della Cangura quando ha chiuso in bagno la sua bionda coinquilina, costringendola ad ammettere che aveva fatto la comparsa nel film “Tre metri sopra il cielo”. E non c’è stato alcun modo di ridere con me, mentre mettevo in giro questa assurda e infondata voce, diffusasi parallelamente al tempo che trascorreva e alle bottiglie di alcolici che terminavano. Non hai osservato il tentativo da parte di Mantix di rompersi una gamba, quando ha provato a gettarsi in terra, ma per miracolo è rimasto in piedi. Ma soprattutto Lobi, quello a te più caro. Quella sera sembrava un cameriere dell’Hilton, girava per tutte le stanze e riempiva i bicchieri degli invitati. Senza mai perdere di vista il suo bicchiere. A fine serata, un Lobi visibilmente scosso, s’impone di tornare a casa con la sua Vespa. Un cappuccio sulla testa, forse inconsciamente a coprire lo scempio causato un mese fa da me (vedi Indiavolato coiffeur). Propongo al vero Indiavolato della serata di dormire da me. Ma nulla. Tu non puoi immaginare cosa è successo dopo. Decido di camminare un po’ per far smaltire al Divin Lobi la sbronza, conducendolo verso i simpatici turchi del Kebab in Via O. da Gubbio. Ad un tratto comincia a parlare in francese, ma non da solo. Peccato, tu non c’eri. Discute di politica estera, di economia e della musica transalpina con un cestino della spazzatura, sapientemente scippato dal portone del palazzo Cangura-Ragù. Il tutto in un francese incomprensibile. Giunti dagli amici turchi, uno dei due ci chiede:”Avete bevuto?”. Ma il Bianchi non li degna di una risposta. Proprio così. E il figlio illegittimo di Hakan Sukur sorride, offrendoci un falafel a testa per la simpatia. Terminato lo spuntino delle 4 del mattino, riprende il cestino che aveva lasciato all’angolo della strada e lo porta con sé, nel portone della mia abitazione. Una volta saliti su a casa, decido di preparare un caffè al vero protagonista dell’Autunno Carico 2007, per tentare di rianimarlo. Nel mentre si dirige nel bagno, e si chiude. Cinque interminabili minuti. Mi dirigo la prima volta da Lorenzo, impegnato nella sua “seduta spiritica”, e busso invano alla porta. Dopo avere versato il caffè nella tazzina, guardo l’orologio e comprendo che TU stai per venire alla luce. Mi dirigo nuovamente in bagno, e al secondo tentativo le mie orecchie odono un fastidioso rumore. Decido di intervenire e di rischiare il tutto per tutto. Forse il quel momento lui stava pensando al tuo nome, pensava a te. Invece al mio ingresso trovo Lobi in una posizione straordinaria sul water, che dormiva e russava. Un’esperienza che consiglio a tutti dopo un kebab. Con i miei modi di fare da gentildonna del Medioevo, percuoto il Lobi, che mi dice:”Ah, non ho fatto nulla!”. Solo in quel momento ho realizzato che non saresti venuto al mondo e che ero stato io a causare l’aborto. Un Lobi così non s’era mai visto.
Con dolore,
l’Indiavolato.
Un giro per negozi
Amici del blog, ieri pomeriggio mi trovavo in centro Roma per un tentativo di lavoro in una libreria. Rispedito via a causa dell'elevato numero di persone presenti all'interno dell'esercizio commerciale, mi sono ritrovato libero. A quel punto la capitale, con tutto il suo fascino autunnale, era pronta per accogliere i miei passi. Avevo voglia di comprare qualcosa, di partecipare all'impennata di acquisti che si vede solo durante le festività. Decido di recarmi in via del Corso per comprare un cappello.
Zara. Non sono un grande amante dei negozi. Specialmente quelli d'abbigliamento, dove, senza una compagnia femminile, mi sento perduto. Giro e guardo superficialmente i vari capi d'abbigliamento, mentre le coppie, più o meno giovani, mi passano vicino e cominciano a discutere; o meglio, la donna comincia a parlare e l'uomo acconsente, cioè reagisce solo con uno strano movimento della testa, legato non ad un ragionamento bensì al vento sollevato dai bambini impazziti che sfrecciano nei reparti. Lo sbiadimento dei maschi accoppiati mi fa sentire meno solo. Ma c'è una spiegazione: lo spegnimento dell'uomo è dovuto al fatto che all'ingresso di Zara ci sono degli armadietti, con delle chiavi, dove i maschi, subordinati alle compagne, mettono i loro cervelli così da poter essere nè più nè meno che un fantasma. Nel reparto uomo ci sono donne che buttano vestiti addosso al proprio compagno, che sembra un magazzino itinerante: "Provalo, ti sta bene", dice lei. Lui fa cenno di no con la testa, ma non perchè volesse contraddirla: è stata colpa di un bambino tedesco che passando a velocità supersonica ha mosso inavvertitamente la zucca dell'uomo. Lei si è infuriata, e a quel punto sono intervenuto a difesa del maschio, spiegando alla dittatrice con piega, trucco e ballerine il motivo dell'insubordinazione maschile. Comunque ero entrato per comprare un cappello. Tentativo fallito.
Jam. Vicinissimo a Zara si trova Jam, un ramo della Rinascente, una sorta di Zara per ragazzi dai 15 ai 30 anni. A quell'età i maschi il cervello nemmeno ce l'hanno, quindi degli armadietti non c'è bisogno. E si vedono le stesse identiche cose che poi, troveremo da Zara. Non nell'abbigliamento, intendiamoci, nel rapporto vaginocentrico uomo-donna. Io non volevo vedere tutto ciò e fare questi pensieri. Volevo un cappello. Ma nulla anche da Jam, causa prezzi troppo elevati per le mie finanze, e sono costretto ad andarmene.
Solo e deluso. Esco a mani vuote. E con il morale sotto i tacchi; avevo bisogno di vedere qualcosa che risollevasse il mio pomeriggio fallimentare. Rientrando verso Piazza Navona, dove avevo lasciato la Vespa, anche lei in giro per shopping, mi imbatto nella Feltrinelli di Largo Argentina. Non hanno cappelli, ma mi servirebbe un taccuino. Decido di entrare.
Dentro la Feltrinelli. Devo dire che la libreria rappresenta un'evoluzione rispetto all'abbigliamento. Qui si vede qualche discussione sana. "Hai letto l'Aleph di Borges?", "No, ma io voglio leggere "Il diario di una casalinga disperata"", risponde lei, oppure un maschio che attacca brillantemente discorso con una ragazza mostrandole un libro di Saramago.
"Ma tu sei un pessoista?" Il brutto delle librerie è che ogni tanto trovi delle persone che ti fanno rimpiangere l'uomo di Zara. Davo un'occhiata ai libri di Stefano Benni, quando un incrocio tra Enrico Ghezzi e Charles Manson emette questa frase, rivolta non a me, ma al suo amico. Quest'ultimo risponde "Non ho mai letto niente". "Nooooo", fa Enrico Manson, "tu sei un pessoista (amante del poeta e scrittore portoghese Fernando Pessoa, ndb), te lo dico io!" E' un po' come essere milanisti senza aver mai visto una partita, o come parteggiare per il Pd senza aver mai sentito una dichiarazione di Veltroni. Decido di appuntarmi la frase e di andare verso il reparto attualità, storia e politologia, di cui vado abbastanza ghiotto.
11,70. Mi potevo permettere una spesa di 10 euro circa e tutto sommato sono soddisfatto. Esco dalla Feltrinelli con "Le ore" di Micheal Cunningham e tre piccoli taccuini Moleskine. La Vespa mi aspetta a Piazza Navona, e mi riporta a casa. Senza il cappello.
Zara. Non sono un grande amante dei negozi. Specialmente quelli d'abbigliamento, dove, senza una compagnia femminile, mi sento perduto. Giro e guardo superficialmente i vari capi d'abbigliamento, mentre le coppie, più o meno giovani, mi passano vicino e cominciano a discutere; o meglio, la donna comincia a parlare e l'uomo acconsente, cioè reagisce solo con uno strano movimento della testa, legato non ad un ragionamento bensì al vento sollevato dai bambini impazziti che sfrecciano nei reparti. Lo sbiadimento dei maschi accoppiati mi fa sentire meno solo. Ma c'è una spiegazione: lo spegnimento dell'uomo è dovuto al fatto che all'ingresso di Zara ci sono degli armadietti, con delle chiavi, dove i maschi, subordinati alle compagne, mettono i loro cervelli così da poter essere nè più nè meno che un fantasma. Nel reparto uomo ci sono donne che buttano vestiti addosso al proprio compagno, che sembra un magazzino itinerante: "Provalo, ti sta bene", dice lei. Lui fa cenno di no con la testa, ma non perchè volesse contraddirla: è stata colpa di un bambino tedesco che passando a velocità supersonica ha mosso inavvertitamente la zucca dell'uomo. Lei si è infuriata, e a quel punto sono intervenuto a difesa del maschio, spiegando alla dittatrice con piega, trucco e ballerine il motivo dell'insubordinazione maschile. Comunque ero entrato per comprare un cappello. Tentativo fallito.
Jam. Vicinissimo a Zara si trova Jam, un ramo della Rinascente, una sorta di Zara per ragazzi dai 15 ai 30 anni. A quell'età i maschi il cervello nemmeno ce l'hanno, quindi degli armadietti non c'è bisogno. E si vedono le stesse identiche cose che poi, troveremo da Zara. Non nell'abbigliamento, intendiamoci, nel rapporto vaginocentrico uomo-donna. Io non volevo vedere tutto ciò e fare questi pensieri. Volevo un cappello. Ma nulla anche da Jam, causa prezzi troppo elevati per le mie finanze, e sono costretto ad andarmene.
Solo e deluso. Esco a mani vuote. E con il morale sotto i tacchi; avevo bisogno di vedere qualcosa che risollevasse il mio pomeriggio fallimentare. Rientrando verso Piazza Navona, dove avevo lasciato la Vespa, anche lei in giro per shopping, mi imbatto nella Feltrinelli di Largo Argentina. Non hanno cappelli, ma mi servirebbe un taccuino. Decido di entrare.
Dentro la Feltrinelli. Devo dire che la libreria rappresenta un'evoluzione rispetto all'abbigliamento. Qui si vede qualche discussione sana. "Hai letto l'Aleph di Borges?", "No, ma io voglio leggere "Il diario di una casalinga disperata"", risponde lei, oppure un maschio che attacca brillantemente discorso con una ragazza mostrandole un libro di Saramago.
"Ma tu sei un pessoista?" Il brutto delle librerie è che ogni tanto trovi delle persone che ti fanno rimpiangere l'uomo di Zara. Davo un'occhiata ai libri di Stefano Benni, quando un incrocio tra Enrico Ghezzi e Charles Manson emette questa frase, rivolta non a me, ma al suo amico. Quest'ultimo risponde "Non ho mai letto niente". "Nooooo", fa Enrico Manson, "tu sei un pessoista (amante del poeta e scrittore portoghese Fernando Pessoa, ndb), te lo dico io!" E' un po' come essere milanisti senza aver mai visto una partita, o come parteggiare per il Pd senza aver mai sentito una dichiarazione di Veltroni. Decido di appuntarmi la frase e di andare verso il reparto attualità, storia e politologia, di cui vado abbastanza ghiotto.
11,70. Mi potevo permettere una spesa di 10 euro circa e tutto sommato sono soddisfatto. Esco dalla Feltrinelli con "Le ore" di Micheal Cunningham e tre piccoli taccuini Moleskine. La Vespa mi aspetta a Piazza Navona, e mi riporta a casa. Senza il cappello.
Incontri ravvicinati alle 3 del mattino
Carissimi amici, scusate l'assenza sul mio piccolo diario online. Tale mancanza non era dovuta alla latitanza d'ispirazione, bensì all'intenso lavoro svolto per la Scacciafie Editore, la società editoriale che si occupa dei focus sui personaggi principali di Spazi Bianchi. Di cose ne sono successe, soprattutto una sera in cui il sottoscritto, l'Indiavolato e la Londinese di Salerno ci siamo recati alla Cuccagna.
Guarda Lore, mi sa che non esco. Quando il Diavolo pronuncia queste fatidiche parole significa che ha voglia di fare le 6 del mattino. Giunto a casa sua per vedere la partita del Milan, siamo indecisi sul da farsi per il post match: l'amico fa un po' di tira e molla, poi, ovviamente, decide di uscire.
Alla Cuccagna. Solita tonnara di voci, parti del mondo infreddolite che bevono fiumi di birra a due passi da Piazza Navona. Incontriamo la Londinese di Salerno, che gravita per il locale distribuendo sorrisi e frasi in un italiano alla Stanlio e Ollio. Bevuto il consueto shot di vodka, usciamo all'aperto e ci intratteniamo con gli amici dell'inglesina. Poi l'Indiavolato, verso le 3, da via al rito del kebab.
Dal Kebabbaro. Il Diavolo è un estimatore appassionato dalla kebabberia dietro piazza Pasquino. Ho il sospetto che sia un azionista dell'attività, altrimenti non mi spiego il perchè di una tale passione per la carne di pecora farcita con del gel L'Oreal e della salsa verdognola che somiglia al sapone liquido che trovate nei bagni delle discoteche. Ad un certo punto una missilata spagnola, prossima al coma etilico, si avvicina ad un ragazzo e da un morso, senza chiedere permesso, al suo kebab. Lui coglie l'occasione e prende il suo numero di telefono. Osservo tutta la scena e dico: "Diavolo, tieni in alto il kebab". Preso dalla follia e dalla voglia di farmi notare, mi do fuoco. Ma nulla, la missilata era già all'interno dell'esercizio e si stava gustando un kebab. Fortunatamente il Diavolo e la Campana Inglese intervengono e domano le fiamme a forza di calci e pugni.
Mi chiamo Dolores e faccio l'attrice. Il bello tuttavia doveva ancora venire. Ancora fumante dopo il tentativo estremo di captare l'attenzione femminile, si avvicina al nostro gruppo un attrice di strada, Dolores, che ci invita a vedere un suo spettacolo. La donna poi intrattiene qualche discorso con il vostro affezionatissimo, compiendo gesti non proprio leciti. Quasi arriva la polizia per atti osceni in luogo pubblico, ma l'Indiavolato distoglie la sua attenzione furoreggiando sulla mia fantomatica carriera di attore. Passa qualche minuto, salutiamo Dolores e torniamo verso Largo Argentina.
Dove hai parcato tua Vespa? La Campana Inglese intendeva dire: "Dove hai parcheggiato", ma ormai io e il Diavolo eravamo già partiti. Il rumore delle nostre risate attira l'attenzione di un uomo.
Il giudice Ali Agca. Un uomo corpulento si pone davanti a noi. "Buonasera", dico io. "Buonasera", mi risponde. E continua a guardarci. "Dimmi pure", riprendo. "Se vuoi mandarmi a fare in culo, fai pure, ma volevo sapere perchè ridevate". "Ci mancherebbe non volevo mandarti a fanculo", affermo chiudendo la surreale discussione. L'uomo aveva un'incredibile somiglianza con Ali Agca, l'attentatore di Giovanni Paolo II, ma l'Indiavolato non si cura di ciò e improvvisa: "Stavamo ridendo per l'italiano della Campana - dice - e ora facciamo il processo, tu sei il giudice"delira, indicando Alì.
Perry Mason. L'Indiavolato si cala nella parte alla perfezione: "Il mio assistito (il sottoscritto, ndr) non ha commesso reato a ridere dell'italiano dell'Inglesina, in quanto lei è per metà italiana, e per questo non si può permettere di sbagliare un verbo. Ma così ha fatto, ed è quindi giusto che il mio assistito abbia riso, e altrettanto giusto che la Campana sia riconosciuta colpevole". Alì aveva seguito il discorso con la stessa attenzione e il medesimo stupore con cui un uomo guarda uno spogliarello di Scarlett Johansson in camera sua. Una volta ripresosi, dice: "E'vero avvocato. La colpevole sei tu!", urla guardando la Londinese. Uscire vittoriosi da un processo è sempre una cosa bella. Gli avvocati costano e poi bisogna considerare lo stress con cui ho vissuto quegli attimi. Alla fine il giudice si ritira nelle sue stanze. Lo stesso facciamo noi, tornando alle rispettive case.
Guarda Lore, mi sa che non esco. Quando il Diavolo pronuncia queste fatidiche parole significa che ha voglia di fare le 6 del mattino. Giunto a casa sua per vedere la partita del Milan, siamo indecisi sul da farsi per il post match: l'amico fa un po' di tira e molla, poi, ovviamente, decide di uscire.
Alla Cuccagna. Solita tonnara di voci, parti del mondo infreddolite che bevono fiumi di birra a due passi da Piazza Navona. Incontriamo la Londinese di Salerno, che gravita per il locale distribuendo sorrisi e frasi in un italiano alla Stanlio e Ollio. Bevuto il consueto shot di vodka, usciamo all'aperto e ci intratteniamo con gli amici dell'inglesina. Poi l'Indiavolato, verso le 3, da via al rito del kebab.
Dal Kebabbaro. Il Diavolo è un estimatore appassionato dalla kebabberia dietro piazza Pasquino. Ho il sospetto che sia un azionista dell'attività, altrimenti non mi spiego il perchè di una tale passione per la carne di pecora farcita con del gel L'Oreal e della salsa verdognola che somiglia al sapone liquido che trovate nei bagni delle discoteche. Ad un certo punto una missilata spagnola, prossima al coma etilico, si avvicina ad un ragazzo e da un morso, senza chiedere permesso, al suo kebab. Lui coglie l'occasione e prende il suo numero di telefono. Osservo tutta la scena e dico: "Diavolo, tieni in alto il kebab". Preso dalla follia e dalla voglia di farmi notare, mi do fuoco. Ma nulla, la missilata era già all'interno dell'esercizio e si stava gustando un kebab. Fortunatamente il Diavolo e la Campana Inglese intervengono e domano le fiamme a forza di calci e pugni.
Mi chiamo Dolores e faccio l'attrice. Il bello tuttavia doveva ancora venire. Ancora fumante dopo il tentativo estremo di captare l'attenzione femminile, si avvicina al nostro gruppo un attrice di strada, Dolores, che ci invita a vedere un suo spettacolo. La donna poi intrattiene qualche discorso con il vostro affezionatissimo, compiendo gesti non proprio leciti. Quasi arriva la polizia per atti osceni in luogo pubblico, ma l'Indiavolato distoglie la sua attenzione furoreggiando sulla mia fantomatica carriera di attore. Passa qualche minuto, salutiamo Dolores e torniamo verso Largo Argentina.
Dove hai parcato tua Vespa? La Campana Inglese intendeva dire: "Dove hai parcheggiato", ma ormai io e il Diavolo eravamo già partiti. Il rumore delle nostre risate attira l'attenzione di un uomo.
Il giudice Ali Agca. Un uomo corpulento si pone davanti a noi. "Buonasera", dico io. "Buonasera", mi risponde. E continua a guardarci. "Dimmi pure", riprendo. "Se vuoi mandarmi a fare in culo, fai pure, ma volevo sapere perchè ridevate". "Ci mancherebbe non volevo mandarti a fanculo", affermo chiudendo la surreale discussione. L'uomo aveva un'incredibile somiglianza con Ali Agca, l'attentatore di Giovanni Paolo II, ma l'Indiavolato non si cura di ciò e improvvisa: "Stavamo ridendo per l'italiano della Campana - dice - e ora facciamo il processo, tu sei il giudice"delira, indicando Alì.
Perry Mason. L'Indiavolato si cala nella parte alla perfezione: "Il mio assistito (il sottoscritto, ndr) non ha commesso reato a ridere dell'italiano dell'Inglesina, in quanto lei è per metà italiana, e per questo non si può permettere di sbagliare un verbo. Ma così ha fatto, ed è quindi giusto che il mio assistito abbia riso, e altrettanto giusto che la Campana sia riconosciuta colpevole". Alì aveva seguito il discorso con la stessa attenzione e il medesimo stupore con cui un uomo guarda uno spogliarello di Scarlett Johansson in camera sua. Una volta ripresosi, dice: "E'vero avvocato. La colpevole sei tu!", urla guardando la Londinese. Uscire vittoriosi da un processo è sempre una cosa bella. Gli avvocati costano e poi bisogna considerare lo stress con cui ho vissuto quegli attimi. Alla fine il giudice si ritira nelle sue stanze. Lo stesso facciamo noi, tornando alle rispettive case.
Spazi Poetici/3 - Lunghezze
Se le mie lunghe braccia fossero seta
cingerei lieve il tuo dolce collo
se avessi lunghe gambe da atleta
correrei da te senza controllo
se lunga avessi anche un'altra cosa
adesso di un nero non saresti sposa.
cingerei lieve il tuo dolce collo
se avessi lunghe gambe da atleta
correrei da te senza controllo
se lunga avessi anche un'altra cosa
adesso di un nero non saresti sposa.
Spazi Poetici/4 - Lievi dolori
Fuori il vento soffia gelido,
varco il portone del palazzo
correndo come un pazzo,
sentivo un dolore timido
che non fa poi tanto male.
Ma dentro me rimane,
costante un poco sale,
poi una fitta immane,
la schiena mia si spezza,
e una dovuta considerazione con il culo sulla tazza,
"Non cadere in tentazione:
guarda bene la scadenza
di una confezione di crescenza".
varco il portone del palazzo
correndo come un pazzo,
sentivo un dolore timido
che non fa poi tanto male.
Ma dentro me rimane,
costante un poco sale,
poi una fitta immane,
la schiena mia si spezza,
e una dovuta considerazione con il culo sulla tazza,
"Non cadere in tentazione:
guarda bene la scadenza
di una confezione di crescenza".
Spazi Poetici/5 - Amandoti
Accarezzo le tue palpebre chiuse
con una mano ti sfioro il collo,
soffio sul tuo viso con le labbra dischiuse
ti cingo in un abbraccio: "Oggi non ti mollo".
Poi tu ti alzi e parli con voce forte:
"Chi fu lo stronzo che mi disturbò
mentre riposavo nelle ore morte?
Se fosti tu, allora risoluta ti rivelerò
quanti cazzi ho preso nel sonno, mentre tu stolto
poetavi sul mio nome e sul mio volto"
con una mano ti sfioro il collo,
soffio sul tuo viso con le labbra dischiuse
ti cingo in un abbraccio: "Oggi non ti mollo".
Poi tu ti alzi e parli con voce forte:
"Chi fu lo stronzo che mi disturbò
mentre riposavo nelle ore morte?
Se fosti tu, allora risoluta ti rivelerò
quanti cazzi ho preso nel sonno, mentre tu stolto
poetavi sul mio nome e sul mio volto"
Semi elogio di uomini e donne
Carissimi lettori, vi scopro sempre più accaniti e partecipativi ad ogni post, e questo mi riempie di soddisfazione. Stavolta voglio andare un po' controtendenza. Non mi ritengo un anticonformista, non lo sono mai stato, ma stavolta voglio elogiare (non del tutto) una trasmissione che in molti reputano stupida e dai bassi contenuti, Uomini e Donne, il programma di Maria De Filippi che va in onda dal lunedì al venerdì su canale 5 subito dopo Centovetrine.
Perchè Luttazzi non può andare in Tv e un tronista sì? Questa domanda me la sono posta spesso, essendo un grande fan dell'ex conduttore di Satyricon e Decameron. La mia, personalissima, risposta è la seguente: Luttazzi divide, fa pensare, rompe l'agenda precotta dei palinsesti televisivi, non risparmia feroci battute sui temi più scottanti. Come ha detto lo stesso autore, la satira non fa ridere tutti, perchè prende in giro i valori proprio da tutti condivisi, le istituzioni della società, la religione e ogni tanto l'ascoltatore può sentirsi offeso da tale irriverenza. Un tronista cosa fa apparentemente? E' un bel ragazzo, o una bella ragazza, che vuole apparire in Tv mercificando l'arte del corteggiamento. Lui si siede su un trono, investito dalla suprema vergine Maria de Filippi, e aspetta che le ragazze (o i ragazzi) lo/la corteggino. Volgare mercificazione, misero tentativo di stereotipare la chimica tra uomo e donna, confezionamento a tavolino della inebriante scoperta del sesso opposto? Il fatto è che la volgarità di questo programma non fa male, quella di Luttazzi (ripeto, un autore satirico, tacciarlo di volgarità, come è stato fatto a più riprese, è un insulto alla tradizione della satira, basta leggere Aristofane, cui ho dato un'occhiata solo a degli estratti, ammetto...) eccome. Tuttavia, nonostante le critiche, ritengo che Uomini e Donne abbia una missione nascosta, che può essere scambiata per la mercificazione del rapporto uomo donna, ma non è che un disperato tentativo di razionalizzarlo.
Razionalizzare che?? Avete capito bene, cari lettori, il programma rende la vita più facile a tutti. Ci fa credere che il potenziale amore sia un trono e delle ragazze che si siedono. In mezzo al corridoio zeppo di minigonne e abiti succinti, nella freddezza di uno studio televisivo, potrebbero sedersi accavallate, le gambe di donna che cammineranno assieme all'impomatato tronista per tutta la vita. Questo almeno il messaggio ("dovrà scegliere la donna/l'uomo che potrebbe essere il compagno/a della sua vita"). E tutto questo non è una magnifica semplificazione, uno splendido vai a farti fottere all'ebbrezza della conoscenza de-mercificata? In sintesi Uomini e Donne è un eroico tentativo da parte di un gruppo di cavalieri coraggiosi, armati di penne, cartelle, redazione e microfoni, di confezionare quello che di più vario, biforcuto, intrecciato e istintivo c'è al mondo: l'amore. Non credo che l'amore possa essere confezionato, ma nessuno ci aveva mai provato. Rivoglio Luttazzi, però il tentativo di De Filippi e redazione merita un plauso.
Perchè Luttazzi non può andare in Tv e un tronista sì? Questa domanda me la sono posta spesso, essendo un grande fan dell'ex conduttore di Satyricon e Decameron. La mia, personalissima, risposta è la seguente: Luttazzi divide, fa pensare, rompe l'agenda precotta dei palinsesti televisivi, non risparmia feroci battute sui temi più scottanti. Come ha detto lo stesso autore, la satira non fa ridere tutti, perchè prende in giro i valori proprio da tutti condivisi, le istituzioni della società, la religione e ogni tanto l'ascoltatore può sentirsi offeso da tale irriverenza. Un tronista cosa fa apparentemente? E' un bel ragazzo, o una bella ragazza, che vuole apparire in Tv mercificando l'arte del corteggiamento. Lui si siede su un trono, investito dalla suprema vergine Maria de Filippi, e aspetta che le ragazze (o i ragazzi) lo/la corteggino. Volgare mercificazione, misero tentativo di stereotipare la chimica tra uomo e donna, confezionamento a tavolino della inebriante scoperta del sesso opposto? Il fatto è che la volgarità di questo programma non fa male, quella di Luttazzi (ripeto, un autore satirico, tacciarlo di volgarità, come è stato fatto a più riprese, è un insulto alla tradizione della satira, basta leggere Aristofane, cui ho dato un'occhiata solo a degli estratti, ammetto...) eccome. Tuttavia, nonostante le critiche, ritengo che Uomini e Donne abbia una missione nascosta, che può essere scambiata per la mercificazione del rapporto uomo donna, ma non è che un disperato tentativo di razionalizzarlo.
Razionalizzare che?? Avete capito bene, cari lettori, il programma rende la vita più facile a tutti. Ci fa credere che il potenziale amore sia un trono e delle ragazze che si siedono. In mezzo al corridoio zeppo di minigonne e abiti succinti, nella freddezza di uno studio televisivo, potrebbero sedersi accavallate, le gambe di donna che cammineranno assieme all'impomatato tronista per tutta la vita. Questo almeno il messaggio ("dovrà scegliere la donna/l'uomo che potrebbe essere il compagno/a della sua vita"). E tutto questo non è una magnifica semplificazione, uno splendido vai a farti fottere all'ebbrezza della conoscenza de-mercificata? In sintesi Uomini e Donne è un eroico tentativo da parte di un gruppo di cavalieri coraggiosi, armati di penne, cartelle, redazione e microfoni, di confezionare quello che di più vario, biforcuto, intrecciato e istintivo c'è al mondo: l'amore. Non credo che l'amore possa essere confezionato, ma nessuno ci aveva mai provato. Rivoglio Luttazzi, però il tentativo di De Filippi e redazione merita un plauso.
Le frasi più belle che mi sono state rivolte (o che ho sentito) da quando abito a Roma
- "Vuoi capelli?"
Autore: un venditore a Trastevere.
Situazione. Da buon appassionato di calcio e cinema d'essai non potevo assolutamente perdere "L'allenatore nel pallone 2", il seguito di uno dei film più noti di Lino Banfi. Premesso che non sono un fan di Banfi, e nemmeno del primo capitolo del film, che considero un'opera sopravvalutata, era comunque impossibile non sedersi al buio della sala. Assieme a me l'Indiavolato, un uomo che considera la stasi il Male Assoluto. All' elevata proiezione avrebbe dovuto assistere anche il Pacchia, ma il fattucchiere del Marco Polo non è riuscito ad arrivare in tempo, lasciando me e il Diavolo soli a tenere alto l'onore del cinema colto. L'appuntamento è al cinema Reale di Trastevere. Non mi soffermo a lungo sulla qualità della pellicola, perchè il film è tranquillamente classificabile nella categoria obbrobrio del grande schermo. Appena usciti dal cinema, e ritrovata la compagnia del Pacchia, la fame ci spinge a mangiare un pezzo dell'amata pizza (e notate l'allitterazione della zeta, non si diventa autori per caso). Mentre cercavamo un pizzeria al taglio, capitiamo all'imbocco di via del Moro, strada dedicata proprio al Moro, un individuo di cui più volte avete letto le gesta proprio su questo spazio, la cui voce è stata considerata dalla Cia, in un recente rapporto, un'arma di distruzione di massa. Ad un certo punto un venditore di cappelli mostra la sua intenzione di proporci l'acquisto di uno dei suoi capi, ma venendo da un paese imprecisato del globo, la sua conoscenza dell'italiano non è propriamente quella di Umberto Eco. Il caso vuole che l'uomo cerchi di imbambolare con la sua dialettica l'Indiavolato: appena il diavolo di Trani passa accanto al banco, il venditore dice: "Vuoi capelli?". Il bello è che la cosa suona come un'acida battuta, in quanto il pugliese in testa ha solo, in parte per sua scelta, il vago ricordo di una foltissima chioma. Il venditore di cappelli con il sense of humor meritava una citazione.
- "Ma tu non sei quello che vende lecca-lecca?"
Autore: due ragazze in un locale.
Situazione. Come ogni venerdì sera che il Signore, o chi per lui, manda sulla terra, io e il gruppo Burlamacco, composto da il Pista, la Zingara e il Pacchia, ci rechiamo all'Alien, locale non troppo distante da Porta Pia. Passato il principio di congelamento a causa dell'abbassamento di temperatura che ha reso Roma e mezza Italia un freezer a cielo aperto, ci carichiamo bevendo qualcosa in un bar vicino all'Alien. La clientela del locale in questione si orienta principalmente verso un look dark, in certi casi eccessivo. A prima vista potrebbe sembrare un raduno di profanatori di tombe, ma vi assicuro che non è così. Quella sera ho optato per una maglia blu e un paio di jeans, e infatti mi si mette alle calcagna un dark di Hannover, in vacanza a Roma, che reputandomi troppo colorato, cerca in tutti i modi di truccarmi e infilarmi una tuta in latex, che una volta messa si può togliere soltanto sciogliendosi nell'acido. Passato il pericolo, mi getto nelle danze, quando una ragazza, mai vista, mi saluta. "Ciao, ma ci conosciamo?", rispondo io. La sua amica mi guarda e dice: "Ma tu non sei quello che vende lecca lecca?". E l'altra ragazza: "Ma come non è lui?". Io cerco di fare dell'umorismo: "Sarebbe più remunerativo di quello che faccio ora, ma non sono io. Però grazie per il consiglio, potrebbe essere un mestiere nuovo". Dopo aver salutato i due transatlantici che mi avevano erroneamente salutato, ritorno a ballare assieme al gruppo Viareggio, con un nuovo lavoro, tutto da percorrere e scoprire.
- "Ha un accenno di tettine"
Autore: Un amico in un locale.
Situazione. Io e un gruppo di amici, ci ritroviamo in un locale vicino a Piazza Navona. Entriamo e poi diritti e decisi come dei centometristi, tutti verso il bancone per prendere da bere. L'amico che divideva con me l'onere delle bevute del gruppo, guarda con fare da marpione una ragazza, probabilmente straniera. Indossava abiti vistosi ma le curve del suo corpo non erano tangibili a prima vista, dal momento che era praticamente incelofanata da uno scialle. Non si sa come, ma l'amico si gira verso di me, e mi dice: "Quella non è male. Ha un accenno di tettine". Rimane solo una cosa da dire: geniale.
- "Tanto vi odio lo stesso"
Autore: Lo Slovacco Pazzo.
Situazione. Io e l'Indiavolato, un uomo che fatto della frenesia un modus vivendi, abbiamo appuntamento a Largo Argentina per una birretta tranquilla tranquilla, giusto per dare al nostro fisico la quantità minima di alcol giornaliera, pena la sveglia nel cuore della notte alla ricerca del drugstore più vicino. Chiaccherando e scherzando, ci incamminiamo verso Campo de Fiori, quando un uomo alto e robusto, ma con la voce molto acuta, come se avesse una mano meccanica che ogni tanto gli da una strizzata nelle parti basse solo per ingentilirlo e togliere le note basse alla sua voce, ci ferma: "Scusate, siete italiani?". "Si. Dimmi pure", rispondo io. "Sono uno studente slovacco, che sta facendo una ricerca qui a Roma. Sentite, mi serve un centesimo". Stupiti da simile richiesta io e l'Indiavolato ci guardiamo straniti. A quel punto dico: "Ma davvero ti serve solo un centesimo?". Lo studente slovacco non mi risponde, ma fa un cenno con la testa come dire: "Se ti chiedo un centesimo... è evidente no?". Allora dico: "Ok allora ecco il tuo centesimo", e glielo pongo sul palmo nella mano, leggermente schiuso come quando in parroco ti da in mano l'ostia. Fatto il nostro dovere e alleggeriti da aver aiutato un povero precario in difficoltà, io e il Diavolo riprendiamo in nostro passeggio, quando una voce acuta risuona nel centro di Roma: "Tanto vi odio lo stesso". Era lo Slovacco, forse offeso per il solo centesimo con cui avevo aiutato la sua ricerca. Mi aveva scambiato per l'ambasciata slovacca.
- "Voi dove dormite la notte?"
Autore: Uno sconosciuto sull'autobus.
Situazione. Roma, primi d'agosto. Quel venerdì avevo ospiti in casa. La Rossa dell'Agro Pontino mi aveva contattato su Msn: "Ah Lorè posso passà a' nottata a Roma, che domani c'ho un test?" La mia risposta è stata ovviamente affermativa. L'appuntamento con la Rossa è alla stazione metro di Ottaviano intorno alle 19,30. Non bisogna vivere nella capitale per sapere che il caldo romano quest'anno ha lasciato segni indelebili sulle psicologie dei suoi abitanti. Alle 19,30, quando a Viareggio la brezza di mare rinfresca il clima, a Roma sembrava di essere nel Sahara a mezzogiorno. La Jessica Rabbit di Latina, nemmeno vivesse in Kazakistan, incurante dell'emergenza caldo, appena salite le scale che dalla metro conducono su via Ottaviano, si presenta con: giacchetta nera, maglietta scollata, jeans, borsetta in pelle e tacchi alti. Solo a vederla, almeno in dieci tra cui due cingalesi che vendevano gadget vaticani, tre camerieri che apparecchiavano la tavola dei rispettivi ristoranti e cinque turisti giapponesi, hanno avuto attacchi di caldo e si sono rivolti al numero verde del municipio per chiedere soccorso. Io, per resistere alla sensazione di calore emanata dalla Rossa, mi ero procurato alcune verdure surgelate, che, tatticamente, avevo posizionato in parti strategiche della mia persona. La Rossa, appena giunta a casa, scarica la borsetta, si rilassa e poi chiede lumi sulla serata. Chi vi scrive propone una serata trasteverina, e la Milva dell'Agro accetta. Si aggrega anche la Pertica Californiana, il mio coinquilino americano, e verso le 21 prendiamo l'autobus diretto a piazza Trilussa. Come sempre quando stiamo l''insieme gli argomenti toccati dal sottoscritto e dalla Rossa sono principalmente due: amore e cazzate. Quella sera l'amore aveva avuto ragione sulle cazzate e io e l'amica sembravamo Andrea Cappellano e Francesco Petrarca. Ad un certo punto chiedo a Valentina se conosce Davide, un carissimo amico di Viareggio. Tempestivo come una freddura di Woody Allen, un piccolo signore si inserisce nel discorso: "State a dì cazzate, so' argomenti così...". Io rispondo che non è vero, che sono cose importanti, poi il signore prosegue dicendo. "Ma voi conoscete Davide, quello con il cane nero?" Io, senza pensarci, rispondo: "Si. Certo che lo conosco". Il piccolo uomo barbuto (sicuramente un clochard) parte con una filippica incomprensibile sulle doti e la bravura di questo fantomatico Davide, fino a quando ci chiede: "Ma voi la notte dove dormite?". Il piccolo uomo barbuto ci aveva scambiato per due barboni. E pensare che mi ero vestito elegante.
-"Oh Turano mi passi il prosciutto"
Autore: Gabrielino.
Situazione. Pietrasanta, agosto versiliese. Chi vi scrive è invitato a cena da Gabrielino, grande amico di Gargamella, per una serata a base di carne, vino ed altre invenzioni culinarie (per queste ultime rivolgersi a Black Onion, che ha creato un cocktail al vino bianco e pollo, praticamente un'arma di distruzione di massa). Passo a prendere il Tetragono, un uomo che ha un rapporto quasi morboso con la cera per capelli, e ci dirigiamo verso la Coop di via Aurelia, dove ci aspettano Gargamella, la Cipolla e il gruppo Cipollato, composto dalla Grande Cipolla, la Cipollina, altre due rappresentanti del Reame dell'Ortaggio, ovvero Saclà e la Cipolla d'Oriente e l'unico maschio, Turano. Il suo soprannome proviene direttamente dal paese, non localizzato sulle carte geografiche, in cui risiede. Una sorta di isola che non c'è, dove in circoscrizione, a gestire i rapporti del comune, trovate delle cipolle gigantesche che dettano oligarchicamente legge da anni sulla frazione massese. La sfida, lanciata dai roboanti cervelli versiliesi, era la seguente: essendo la sua identità di Turano molto forte e sentita, faticavamo tutti a chiamarlo con il suo nome di battesimo, e ci chiedevamo chi per primo avrebbe rotto il muro di omertà, rivelando il suo soprannome. E una volta arrivati a casa di Gabrielino, al momento dell'antipasto, è proprio il padrone di casa a regalarci uno splendido siparietto: "Oh Turano, mi passi il prosciutto?". Turano, pensando che Gabrielino avesse preso un colpo di sole, cosa alquanto improbabile alle 21,30, gli passa il salume facendo finta di nulla. Solo Gargamella si è accorto dell'evento, e ha prontamente informato me e il Tetragono a fine serata. Per me è una grande soddisfazione avere aggiunto due personaggi nuovi a questo spazio, che spero regaleranno altre situazioni fulminanti.
-"W los grunge"
Autore: Leo.
Situazione. Sabato 23 giugno, Testaccio. Il sottoscritto ha un appuntamento con ben tre viareggini. Praticamente tutti quelli che, dalla Perla del Tirreno, si sono trasferiti a Roma, riuniti insieme: chi vi scrive, Leo, Il Pista e la Zingara. Ma la Compagnia del Coriandolo non è sola: in mezzo a noi c'è un po' di Nordamerica, ovvero Paulina, messicana di Città del Messico. Dopo Ascanio Celestini, la truppa fa qualche passo e si infila nella coda per entrare al Big Bang, che qualcuno chiama Zoo Bar. All'interno il quintetto viareggino-messicano alza nettamente il tasso alcolico. Birra, poi il sottoscritto e Paulina si gettano nel mojito, e successivamente la serata prende taglio latinoamericano. Due tequilas in fila (una la Zingara, ma le è bastata) e la compagnia è ai limiti della decenza. Gli italiani hanno nel Dna l'improvvisazione, soprattutto quando l'interlocutore è straniero e non parla che "qualche" parola di italiano. Il Moro d'Avola in questo senso, ci ha insegnato molto. Ma la compagnia del salmastro non è da meno. Il Pista cita Pieraccioni: "esto no es agriturismos esto es casolar de noartri". La Zingara ha la faccia rossa come una fragola, e nemmeno ci prova. Io provo ogni tanto a rinverdire gli studi, con esiti altalenanti. Poi l'argomento musica. Paulina è appassionata di rock alternativo, come il gruppo Burlamacco, del resto. A questo punto Leo va oltre e manifesta così la sua passione per Nirvana e Sonic Youth: "W los grunge". Il commento del Pista è il seguente: "Non posso credere che tu lo abbia detto". L'esplosione del gruppo è improvvisa e divertita. Un grande, un personaggio nuovo aggiunto a questo spazio. Sono convinto che ci regalerà altre perle.
-"On the steps, Miki, booom!!!!!!"
Autore: Moro d'Avola.
Situazione. Chi vi scrive e il Moro d'Avola lunedì sera hanno appuntamento in Piazza Trilussa. Una serata vis à vis, per raccontarci novità e amarezze delle nostre esistenze. Scendiamo sotto Ponte Sisto, dove Roma, in questa stagione, si anima. Passeggiando tra le bancarelle notiamo due calzoni appena sfornati sul bancone di una pizzeria. La fame si fa sentire e decidiamo di sederci per fermare il languorino. Terminato il calzone (il Moro alla fine ha optato per un trancio di pizza) rimaniamo per un po' a chiaccherare, quando l'idillio siculotoscano viene interrotto dall'arrivo di Oliver ed Amy, due amici inglesi della Cangura. I due si siedono al nostro tavolo. Nonostante siano nel Belpaese da più di sei mesi, i due anglosassoni parlano italiano come il sottoscritto parla l'uzbeko. Il Moro, sempre pronto a gettarsi oltre l'ostacolo, dà un saggio del suo inglese. Qualche gesto da vigile urbano, braccia che si muovono come mulini a vento, ma alla fine il Moro riesce a farsi capire. Fino al momento in cui racconta la disavventura di Miki Ragù. La bolognese, in una scena epocale, è scivolata sulle scale che da Ponte Sisto conducono sulle sponde del Tevere, rompendosi un dito della mano sinistra. Troppo tardi per fermare il Moro: il siciliano ormai sembra Schumacher sulla pista di Spa. "On the....", e tutti noi a pendere dalle sue labbra, "Lore come si dice scale?", urla il Moro (da questo momento in poi sarà Moro Vox), "Steps", diciamo in coro io e Oliver, "Ah, ehhh, on the steps, Miki booom!!!". Niente paura. Miki Ragù non si è fatta saltare in area, non fa parte di cellule terroristiche e non mette bombe sotto i ponti di Roma. Il "booom" del Moro Vox è un sinonimo improvvisato di cadere. Gli inglesi lo capiscono al volo, ma a che prezzo. Chi vi scrive è stato sbalzato dall'uragano vocale a Piazzale Ostiense dopo aver ribalzato sulla Piramide. Amy ha provato a resistere attaccandosi a una bancarella, ma è stata ritrovata il giorno dopo a Castelgandolfo. Oliver è rimasto fermo immobile, come investito da una luce divina. E'ancora lì, qualcuno dovrebbe andarlo a prendere.
- "Lore mi dai una mano a tirare su la serranda?"
Autore: Miki Ragù.
Situazione. Roma, San Giovanni, ore 3. Dopo una serata al Circolo degli Artisti, il sottoscritto, il Moro d'Avola, Miki Ragù e Ilaria, ben noti ai lettori di Spazi Bianchi per la loro partecipazione alla gita a Ostia, abbiamo un certo languorino... il Moro Vox grida: "andiamo a prendere un cornetto". Il tempo di riprendere Ilaria, spazzata via a circa due chilometri dal tornado vocale scatenato dal Moro, un uomo dalla voce così forte che potrebbe cantare a San Siro senza microfono, che il gruppo dei Golosi parte alla volta di un forno. Poco dopo ci imbattiamo in un profumino invitante, che entra sottile nella Moro Mobil. La pasticceria in questione è dotata di tutti i comfort: c'è anche il distributore automatico di caffè. Miki, che a causa della rottura del braccio destro ha la stessa mobilità di un platano, cerca in qualche modo, chinandosi e usando solo il braccio sinistro di prendere il latte macchiato. Si rende conto della follia e chiede aiuto: "Lore mi aiuti a tirare su la serranda?". Per chi non avesse capito, la serranda in questione era lo sportellino del distributore. Un po' come chiamare incendio un armadio, una cosa senza senso. Il tempo di percepire la richiesta della bolognese, che posso finalmente darle una mano, permettendole di gustare il suo latte macchiato.
- "No! Rivedere quelle là? E' un romanzo di Proust"
Autore: Il Pista.
La situazione. Una delle battute migliori. Questo è un omaggio al senso dell'umorismo di Giacomo Nencioni detto Il Pista, per ragioni di cui ormai le persone hanno smesso di farsi domande. Stazione Termini: quel giorno ho ospiti in casa. Davide, Alberto, Federica, Elena e Ilaria. Più che di ospiti si può parlare di un campo nomadi abusivo costruito in casa mia. Il Pista giunge a salutarci e quando Davide gli propone di andare a trovare delle ragazze che non vedevano dai tempi delle medie, il Pista dice: "Non si può, è un romanzo di Proust". Chapeau.
- "Mi scusi, ma se do una notizia all'Ansa e non all'Adn, lei si arrabbia?"
Autore: Sardabis.
La situazione. Corso di formazione in Ufficio Stampa. La lezione è dedicata alle agenzie di stampa. Il professore è un giornalista di valore, Giuseppe Palmieri, vicedirettore dell'Adn Kronos. Palmieri regala alcune chicche del mestiere, tra cui una frase che mi è rimasta cucita nel cervello: "Il bravo cronista guarda dove gli altri non guardano". Tra di noi, le più scatenate sono due personaggi ben noti ai lettori del blog: Federica alias Farrah Fawcett e Arianna, ovvero la Sardabis. Farrah rovescia un'alluvione di domande sul povero cronista, che risponde a tutto con cortesia. Appena l'uragano Katrina si ferma, la Sardabis, con un tempismo alla Pippo Inzaghi, si inserisce nel dibattito. Palmieri mostra una resistenza pari a quella di Alì nei primi round con Foreman che picchiava duro. Quando un lampo di genio fuoriesce dalle labbra di Olbia: "Se do una notizia all'Ansa e non all'Adn, si arrabbia?" Il giornalista rimane un attimo immobile, come fosse una statua di cera. Poi risponde: "Se hai una relazione con un cronista dell'Ansa, no". La Mora Isolanabis, come tutta l'aula, scoppia a ridere. Si dice che Palmieri abbia appeso nel suo ufficio un cartellone recante la questione della ragazza.
Una mattina da Clooney
Cari lettori, non ci crederete. La scorsa mattina mi sono alzato e casa mia non era più la stessa: gli spazi si erano allargati, la camera si era pulita da sola. Il letto era diventato matrimoniale. Come se non bastasse mi ritrovo sotto il piumone, inspiegabilmente profumato, nientemeno che Eva Green. Cazzo, ieri sera non sono nemmeno uscito e, anche se fosse, mi sarei ricordato di aver portato a letto un bolide del genere, penso avrei tatuato la data sul polso con un machete. Mi sento anche più alto, tonico. Vado in bagno. Mi guardo allo specchio. Minchia... ero diventato George Clooney!!!George per una mattina. Pazzo dalla gioia volo in cucina. E' tutta diversa da come la ricordavo: larga, ampia, pulita, i fornelli si accendono da soli, a comando vocale. Dopo aver fatto colazione, torno in bagno a prepararmi. Come mi metto davanti allo specchio, i capelli prendono subito forma da soli, tanto sanno già tutto loro. Lo spazzolino elettrico con motore Bmw pulisce i miei denti alla perfezione. Poi ritorno in camera dove, con un navigatore satellitare, cerco l'armadio, perchè la stanza è troppo grande e dentro mi perdo. Nell'armadio trovo tredici completi Armani neri, quindici giacche Hugo Boss, confezionate dallo stesso signor Boss appositamente per me, quarantacinque camicie Ralph Lauren, solo per citare alcuni capi. Reparto pantaloni: la commessa, che di secondo lavoro sfila per Versace, mi consiglia cosa indossare, ma ho voglia di cose semplici, e indosso un completo Armani, il primo che mi capita. Le scarpe sono di Cesare Paciotti, nere e lucidate da un rappresentante del Fioretto, che deve aver passato la notte dentro la sacca dell'aspirapolvere. Metto gli occhiali Rayban nel taschino, perchè a Roma oggi c'è il sole.All'aperto. Apro il portafoglio e ci trovo 9.000 euro in contanti. Decido di andare a prendere qualche libro, magari poi trovo qualcosa che mi piace e produco un film. Compro pochi libri, perchè non amo scialaquare. Alla fine esco dalla Feltrinelli di via Giulio Cesare con 500 titoli, cosa che costringe la direzione Feltrinelli a contattare un aereo Dhl per farmi recapitare i libri a casa.Tempo di caffè. Lo stupore, legato alla stanchezza, mi ha fatto venire un po' di sonnolenza. E' tempo di una pausa caffè. Entro al Caffè Castroni e due ragazze tedesche mi riconoscono, o meglio, credono di riconoscere il vero Clooney. Mi guardano e ridono tra loro. Continuano a guardare. Io le saluto con la mano, poi sorrido. Loro vengono. Così. E non le ho nemmeno accarezzato una guancia!! Bevo il mio caffè e decido di tornare a casa, dove ad aspettarmi c'è uno stuolo di ammiratori di George che vogliono un autografo. Io mi fermo e firmo autografi su tutti i blocchetti, e i blocchetti vengono! Rientro in casa, dove uno schermo ultrapiatto cala dal soffitto quando penso a un film e, caso unico al mondo, proietta proprio il film cui stavo pensando. Verso l'ora di pranzo accade una cosa strana, mi sento mancare. Mi addormento, di sasso, e quando al risveglio, mi ritrovo davanti a un computer ad aggiornare un blog. Mah... poteva anche durare di più questa fantasia...
Cinderella man
Carissimi lettori, stamattina, dopo una serata a base di elettronica al Brancaleone assieme all'Indiavolato, un uomo per cui il riposo è anticostituzionale, e alla sua nuova coinquilina, Elettrosy, giovane inglesina che considera Ricardo Villalobos superiore a John Lennon, ho deciso di compiere un atto caduto ormai in disuso dalle mie parti: fare pulizie in camera, evento raro quanto le elezioni in Sudan.
Strane sorprese. Mp3 sparato a mille nelle orecchie, un prezioso regalo di fratello Lobi, che ha abbondonato il lettore per un più moderno e potente I-pod, granata e paletta in mano e il viaggio nei reperti della mia stanza può cominciare. Come passo la scopa sotto il letto, sento un respiro umano: impaurito, do un colpo più forte.
"Ahia, ma che cazzo!", sento, e di seguito "ma è già ora di alzarsi?".
"Ma sei tu?", rispondo io.
"E chi volevi che fosse?"
"Ma scusa erano giorni che non rientravi, almeno avverti".
Era l'Uomo di Polvere, un composto di acari, cartacce e odori di scarpe da tennis, che vive assieme a me da qualche mese. Il Polveroso esce da sotto il letto svogliatamente, si stiracchia e poi dice: "Hai bisogno di una mano?"
"No, grazie", rispondo.
"Allora vado a fare colazione, c'è ancora la crostata di albicocche?"
"Si, prendi pure, ma la prossima volta facciamo la spesa a metà".
"Hai ragione, ma proprio non ci sto con i soldi", dice l'Impolverato, e ringalluzzito dall'idea di mangiarsi un pezzo di crostata si dirige allegro in cucina.
Io continuo a pulire sotto il letto, e trovo sacchetti pieni di abiti, due topi che giocano a tennis con le mie racchette, per giunta mettendo in mostra una condizione atletica davvero invidiabile, un ragno che legge "Castelli di rabbia", caduto accidentalmente sotto il materasso, e mi chiede cosa sto leggendo in questo momento. "Le ore", dico io. Lui dice di non averlo letto, ma di aver visto il film con Nicole Kidman, e di esserne rimasto piacevolmente impressionato.
Il tappeto. Una volta fatta pulizia sotto il letto, mi dedico a sbattere il tappeto sul terrazzo.
"Mi dispiace, ma devo salutarvi".
"No!! Ti prego, ci piaceva quando ascoltavi i Depeche Mode insieme a noi".
"Un po' mi mancherete..."
"Va bene, a presto. Andiamo ragazzi".
Un mugulio di insoddisfazione e amarezza accompagna queste ultime parole. Avevo appena discusso con Mariolino, un acaro grosso quanto un gatto, che da un mesetto viveva sul tappeto assieme alla sua numerosa famiglia, composta da moglie e otto figli. Il tempo di augurare buona fortuna ai miei amici, e posso sbattere il tappeto, da cui escono tre macine, un cellulare, una collana e un clandestino.
Quel tocco di... Manca soltanto la ciliegina, il colpo del campione. Una spruzzata di deodorante alla mela, per dare proprio l'idea di pulito. Premo sul vaporizzatore e l'aroma di mela si diffonde inebriante, ma ad un certo punto una macchia oscura si materializza accanto al deodorante, prende forma di una bocca con i denti aguzzi, spalanca le fauci e divora in un solo boccone il profumo di mela. Era il Fumo Rappreso, che non sopporta altri odori se non quello del tabacco e della cenere. Scuoto la testa, e gli dico che almeno poteva lasciarlo vivere qualche ora, giusto il tempo di farlo diffondere. Il Fumo Rappreso mi guarda offeso e, sdegnato dal mio tentativo di aromatizzare la stanza, va a fare un giro in centro. Per un attimo penso che potrei accompagnarlo, ma poi prevale la linea dell'Impolverato, che mi propone una domenica di calcio. Impossibile rifiutare.
Strane sorprese. Mp3 sparato a mille nelle orecchie, un prezioso regalo di fratello Lobi, che ha abbondonato il lettore per un più moderno e potente I-pod, granata e paletta in mano e il viaggio nei reperti della mia stanza può cominciare. Come passo la scopa sotto il letto, sento un respiro umano: impaurito, do un colpo più forte.
"Ahia, ma che cazzo!", sento, e di seguito "ma è già ora di alzarsi?".
"Ma sei tu?", rispondo io.
"E chi volevi che fosse?"
"Ma scusa erano giorni che non rientravi, almeno avverti".
Era l'Uomo di Polvere, un composto di acari, cartacce e odori di scarpe da tennis, che vive assieme a me da qualche mese. Il Polveroso esce da sotto il letto svogliatamente, si stiracchia e poi dice: "Hai bisogno di una mano?"
"No, grazie", rispondo.
"Allora vado a fare colazione, c'è ancora la crostata di albicocche?"
"Si, prendi pure, ma la prossima volta facciamo la spesa a metà".
"Hai ragione, ma proprio non ci sto con i soldi", dice l'Impolverato, e ringalluzzito dall'idea di mangiarsi un pezzo di crostata si dirige allegro in cucina.
Io continuo a pulire sotto il letto, e trovo sacchetti pieni di abiti, due topi che giocano a tennis con le mie racchette, per giunta mettendo in mostra una condizione atletica davvero invidiabile, un ragno che legge "Castelli di rabbia", caduto accidentalmente sotto il materasso, e mi chiede cosa sto leggendo in questo momento. "Le ore", dico io. Lui dice di non averlo letto, ma di aver visto il film con Nicole Kidman, e di esserne rimasto piacevolmente impressionato.
Il tappeto. Una volta fatta pulizia sotto il letto, mi dedico a sbattere il tappeto sul terrazzo.
"Mi dispiace, ma devo salutarvi".
"No!! Ti prego, ci piaceva quando ascoltavi i Depeche Mode insieme a noi".
"Un po' mi mancherete..."
"Va bene, a presto. Andiamo ragazzi".
Un mugulio di insoddisfazione e amarezza accompagna queste ultime parole. Avevo appena discusso con Mariolino, un acaro grosso quanto un gatto, che da un mesetto viveva sul tappeto assieme alla sua numerosa famiglia, composta da moglie e otto figli. Il tempo di augurare buona fortuna ai miei amici, e posso sbattere il tappeto, da cui escono tre macine, un cellulare, una collana e un clandestino.
Quel tocco di... Manca soltanto la ciliegina, il colpo del campione. Una spruzzata di deodorante alla mela, per dare proprio l'idea di pulito. Premo sul vaporizzatore e l'aroma di mela si diffonde inebriante, ma ad un certo punto una macchia oscura si materializza accanto al deodorante, prende forma di una bocca con i denti aguzzi, spalanca le fauci e divora in un solo boccone il profumo di mela. Era il Fumo Rappreso, che non sopporta altri odori se non quello del tabacco e della cenere. Scuoto la testa, e gli dico che almeno poteva lasciarlo vivere qualche ora, giusto il tempo di farlo diffondere. Il Fumo Rappreso mi guarda offeso e, sdegnato dal mio tentativo di aromatizzare la stanza, va a fare un giro in centro. Per un attimo penso che potrei accompagnarlo, ma poi prevale la linea dell'Impolverato, che mi propone una domenica di calcio. Impossibile rifiutare.
Zingara d' America
Non so se la Zingara leggerà questo post a Roma oppure a New York. Sinceramente non fa alcuna differenza, tanto rimane solo qualche parola scritta per lei. Come molti lettori di questo blog sapranno, la Zingara, dopo essersi brillantemente laureata con una tesi sulla piccola e media editoria italiana, è volata in America, dove resterà due mesi.
Il giorno della sua laurea è stato bellissimo. Bellissima lei. Bello tutto quello che è accaduto. Strepitosa la versione fotografo del Pacchia alla cerimonia.
Despite all my rage i'm still just a rat in a cage. Non credo che la Zingara avesse bisogno di me, aveva tutto quello che le serviva. Ho cercato comunque di rendermi utile come potevo: ad esempio fissando il ristorante, cercando di mantenere alto l'umore della truppa e mettendomi una cravatta alla cena post laurea. Tutti hanno notato l'anomalia, dal momento che porto questo indumento con la stessa frequenza degli amplessi del Santo Padre. Acutamente Papà Zingaro mi ha detto: "Il modo migliore per rendere omaggio alla Zingara". Io ho risposto così: "Dovevo scongelarla". Ho mentito spudoratamente. Ci tenevo da morire ad essere quantomeno presentabile. Citare è bene e chiarisce le situazioni. Non so i lettori hanno visto "Il Padre della Sposa" (parlo del remake con Steve Martin): il padre si da un gran da fare perchè tutto sia perfetto, organizza tutto nei minimi particolari, riceve complimenti dagli ospiti ma alla fine non riesce a salutare la figlia, che poi lo chiama dall'aereoporto. Le due situazioni sono ben distinte: non ho sentimenti paterni nei confronti della Nomade, non ho organizzato un bel niente se non una fantomatica promozione al ristorante ebraico e la bionda non è a New York in viaggio di nozze (che io sappia), però sento vicina l'amarezza di Steve Martin, che non riesce a dire quello che vorrebbe alla figlia. Forse è andato tutto bene così, non so. Ma ripensadoci avrei voluto dirle che mi mancherà. Avrei aggiunto che l'oceano che ci separa sarà solo una pozzanghera da saltare con leggerezza, che per la nostra amicizia nessun ostacolo è invalicabile. Seguirò sempre ogni tuo passo. A presto, amica mia.
Il giorno della sua laurea è stato bellissimo. Bellissima lei. Bello tutto quello che è accaduto. Strepitosa la versione fotografo del Pacchia alla cerimonia.
Despite all my rage i'm still just a rat in a cage. Non credo che la Zingara avesse bisogno di me, aveva tutto quello che le serviva. Ho cercato comunque di rendermi utile come potevo: ad esempio fissando il ristorante, cercando di mantenere alto l'umore della truppa e mettendomi una cravatta alla cena post laurea. Tutti hanno notato l'anomalia, dal momento che porto questo indumento con la stessa frequenza degli amplessi del Santo Padre. Acutamente Papà Zingaro mi ha detto: "Il modo migliore per rendere omaggio alla Zingara". Io ho risposto così: "Dovevo scongelarla". Ho mentito spudoratamente. Ci tenevo da morire ad essere quantomeno presentabile. Citare è bene e chiarisce le situazioni. Non so i lettori hanno visto "Il Padre della Sposa" (parlo del remake con Steve Martin): il padre si da un gran da fare perchè tutto sia perfetto, organizza tutto nei minimi particolari, riceve complimenti dagli ospiti ma alla fine non riesce a salutare la figlia, che poi lo chiama dall'aereoporto. Le due situazioni sono ben distinte: non ho sentimenti paterni nei confronti della Nomade, non ho organizzato un bel niente se non una fantomatica promozione al ristorante ebraico e la bionda non è a New York in viaggio di nozze (che io sappia), però sento vicina l'amarezza di Steve Martin, che non riesce a dire quello che vorrebbe alla figlia. Forse è andato tutto bene così, non so. Ma ripensadoci avrei voluto dirle che mi mancherà. Avrei aggiunto che l'oceano che ci separa sarà solo una pozzanghera da saltare con leggerezza, che per la nostra amicizia nessun ostacolo è invalicabile. Seguirò sempre ogni tuo passo. A presto, amica mia.
Lo Snark
Certi manifesti pubblicitari sono pericolosi per il conducente costretto a muoversi nel traffico romano: magari stai ascoltando la musica in macchina e ti trovi davanti un’avvenente modella in bikini, e la mente comincia a lasciare l’autovettura… il nodo della cravatta si scioglie, l’abito sparisce per lasciare posto a un costume fosforescente. Il cambio che stavi brandendo si trasforma in un daikiri alla banana, e al posto del passeggero, dove solitamente giace la borsa con documenti e scartoffie varie, si materializza la modella che aveva stuzzicato la tua immaginazione. Tutto molto bello, fino a quando un concerto di clacson non ti riporta alla realtà, dissolvendo ogni pensiero esotico. Il semaforo era rosso e gli automobilisti, che, com’è noto avvampano facilmente, stavano venendo di peso a spostare la tua macchina. Il ritorno alla realtà è demoralizzante, ma c’è un modo per vivere bene il traffico della capitale senza correre il rischio di distrarsi troppo: guardare i manifesti elettorali disseminati per le vie di Roma. Le facce dei nostri politici non sono propriamente affascinanti e gli slogan non hanno il potere trasfigurante degli occhi di donna. Cominciamo con il Partito Democratico: “Non pensate a quale partito. Pensate a quale paese”, dove campeggia il faccione di Walter Veltroni, che ha tutti i pregi del mondo ma non quello della bellezza, oppure “Non cambiate governo, cambiate l’Italia”. Lo slogan perfetto sarebbe un connubio tra i due: “Non cambiate governo, cambiate paese”, cioè trasferitevi all’estero. Una soluzione che nessun politico ha mai proposto ai propri elettori, nonostante negli ultimi 15 anni non è che abbiano poi fatto granché. Il Pdl di Fini e Berlusconi regala emozioni a più non posso: “La sinistra ha messo il paese in ginocchio. Rialzati Italia!”. Il Cavaliere ha governato sei anni nella Seconda Repubblica ma le colpe sono esclusivamente degli altri. Il paese effettivamente è in ginocchio, ma perché gli italiani ormai chiedono di risolvere i propri problemi ai santi invece che alla politica. Anche Pierferdinando Casini ha disseminato il suo viso per la capitale. “E’ora di un’Italia più sicura”, “E’ora di aiutare le famiglie”, recitano i manifesti: il leader dell’Udc ha capito che il problema della sicurezza è molto sentito, che le famiglie non arrivano a fine mese. Con i suoi tempi, ma l’ha capito. La rapidità di riflessi non è propriamente quella di un doppista su un campo da tennis, però va bene lo stesso. La Sinistra Arcobaleno di Bertinotti usa toni forti: “Libera scelta o diritti all’inferno?”. Visto che l’automobilista è costretto a vivere imbottigliato nel traffico, la risposta è la seguente: “Troppo tardi Fausto, all’inferno ci sono già finito”.
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