martedì 20 aprile 2010

La coorte dei colti

Meno male che esiste la Corte dei Conti. Nei giorni scorsi l'organo ha diramato un comunicato nel quale constatava il sostanziale fallimento della laurea 3+2 con le seguenti motivazioni: non ha prodotto aumento dei laureati e soprattutto la qualità formativa non è migliorata. Come se non bastasse, la riforma ha generato un aumento della domanda, con una conseguente ed eccessiva frammentazione dei corsi di laurea. Morale della favola: sono stati creati una miriade di corsi che non avevano alcun legame con il mondo del lavoro. E' come essersi laureati in "Nulla", con vari esami quali: "Storia contemporanea del Nulla", "Critica del Nulla" e seminari sul Nulla. Bel lavoro. Davvero complimenti, riformatori. Sarebbe bello se tutti i laureati del 3+2 si unissero in un comitato e, dal mio piccolissimo blog, ne propongo uno: "la Coorte dei Colti", per giocare con il nome dell'organo che reso pubblico questo scempio non tanto alle vite, quanto alle aspettative di migliaia di giovani e delle loro famiglie: coorte perchè mi immagino i laureati in una specie di cella di isolamento dove provano passare il curriculum da sotto la porta chiusa con tripla mandata, pregando il custode di portarlo ad un call center inbound, colti perchè il 70% ha visto almeno una volta "Quarto Potere", ha letto "Marcovaldo" e sa che Marshall McLuhan non è il nuovo panino del McDonald. E' senza dubbio una consolazione.

giovedì 15 aprile 2010

Le parole sono importanti!

E' meravigliosa la fauna di agenzie commerciali o simili che si trova a Roma. Personalmente ne ho visitate molte dal momento che, per una parte della mia vita, mi sono dedicato alle attività di questo tipo. Verrebbe da dire che è l'unico lavoro che si trova, ma non voglio drammatizzare più di tanto. Ognuno può avere l'opinione che vuole, quello del commerciale è un lavoro come un altro, e devo dire, permette di raggiungere stipendi e buste paga davvero buone. Il lato divertente delle agenzie è soprattutto il linguaggio utilizzato per comunicare. Ora direte, sarà semplicemente italiano. No, non è solo italiano. E' un linguaggio di segni, metafore, figure, giochi verbali. L'ultimo colloquio che ho fatto è l'esempio calzante. Un signore elegante mi accoglie nel suo ufficio, soliti convenevoli legati al traffico romano e poi mi chiede il curriculum.
"Signor Bianchi vedo che lei è piuttosto esperto in questo campo", attacca il signore.
"Beh sì ho fatto diverse esperienze", rispondo.
"Lei però non ha mai lavorato per un'agenzia assicurativa".
"No, in effetti no".
"Cosa l'ha spinta a mandarci la sua candidatura?"
"La bottiglia di vodka al melone che mi sono bevuto prima di andare al centro per l'impiego ha deviato il mio raziocinio e mi sono candidato credendo che la figura ricercata fosse quello del rappresentante di malattie veneree presso anziani con palle cadenti".
"Ah!!!! Magnifico dottore, lei è assunto!!!"
Scherzavo. Ma avrei voluto avere le palle per dirlo. La mia risposta è stata la seguente, molto più misurata.
"Non ho mai lavorato per agenzie di questo tipo e volevo sapere qualcosa in più sulla vostra attività".
Il signore, purtroppo per me, risponde: "E' un lavoro semplicissimo, si tratta di individuare persone cui sottoporre i nostri prodotti". E' qui che il linguaggio fantasioso e vaporoso come un bagno di un metro quadro dopo una doccia bollente, comincia a manifestarsi. La traduzione della frase usata dal signore non è altro che la seguente: vendere polizze assicurative. La mia replica è tesa a spostare la discussione dal mondo di Fantàsia a quello reale.
"Quindi si tratta di vendere".
"Si - dice sicuro il signore - però nei primi tempi lei dovrà solo dirci quali sono le persone interessate, poi la trattativa sarà portata avanti da un agente più esperto". Nemmeno il discorso della ghiandola mammaria cui succhiare latte in caso di mancanza di calcio riusciva a dissolvere le mie perplessità... a quel punto decido di parlare del contratto.
"E a livello contrattuale?", dico con un tono sicuro (uscito dalla mia bocca per puro caso).
"Un mandato - dice - dove è prevista un'iscrizione all'Isvap che per i primi mesi sarà detratta dalla busta paga. E' un lavoro che tutti possono fare, ma non tutti riescono a farcela. Lo scoglio più grande è quello iniziale. Poi dipende dalla volontà, dalla voglia, dalla determinazione che un agente ci mette". Anche qui la traduzione è molto facile: non ci sono fissi, nemmeno 20 euro per pagarsi i caffè, altrimenti l'avrebbe detto subito. Quando un datore di lavoro, almeno in ambito commerciale, cerca di valorizzare la volontà e la determinazione del potenziale lavoratore, significa che il suo stipendio dipende da quanto venderà e che l'agenzia non ci metterà un euro in più, nemmeno se ti prendi la peste bubbonica.
Sarò sincero, il fatto che non ci siano fissi è uno scoglio troppo grosso per le mie finanze da precario. Potrei durare un giorno, poi i miei conti sarebbero quelli della Parmalat. Scelgo la via della sincerità, dopo che il signore mi ha chiesto "Se la sente di cominciare con noi?"
"Guardi, il fatto che non ci siano fissi rende la cosa un po' complicata, comunque le faccio risapere", dico con tono sommesso. Il signore mi lascia la sua email e mi saluta cordialmente. Ancora devo fare risapere. E' un modo quantomai metaforico e vaporoso per dire: "No, grazie".

mercoledì 31 marzo 2010

Disoccupiamo!

Non sono assolutamente d'accordo con quanti giudicano la disoccupazione una piaga nazionale. Anzi, ritengo che tenere a casa molti laureati o mettere in cassa integrazione operai con prole al seguito sia un valore universale, da esportare all'estero. Personalmente, sarei favorevole a creare una nuova laurea magistrale, per facilitare il compito delle aziende che assumono: Scienze della Disoccupazione (ci hanno già provato con il Dams, Scienze della Comunicazione e Filosofia, ma nonostante tutto lo sforzo profuso per allontanare il più possibile i laureati dal mondo del lavoro qualcuno non se la passa poi così male). Avrei già delle idee sui corsi e spero che qualcuno della Pubblica Istruzione legga questo post, proponendomi come sottosegretario in quota Udc. Il primo corso in programma sarebbe una "Storia contemporanea della disoccupazione", con particolare focus sul periodo tra il boom economico post Seconda Guerra mondiale e la crisi economica del 2009. I corsi del secondo anno li farei ruotare intorno alle agenzie per il lavoro: uno dei corsi potrebbe essere "Come non farsi assolutamente considerare dalle agenzie sebbene si abbiano anni di studi alle spalle". Considerando che i contratti che passano per le varie agenzie sono più o meno della durata di sei minuti senza copertura assicurativa non c'è molto da stare allegri... infatti ho già previsto un corso di sopravvivenza nervosa alle agenzie: "Scaricamento tensione da agenzie del lavoro con la tecnica del sogno ad occhi aperti"; in sostanza ogni volta che ti rechi in un'agenzia e ti chiedono gentilmente cosa sai fare a parte quello per cui hai studiato, tu ti immagini che a farti il colloquio siano Lisa Ann vestita come la tua maestra d'asilo oppure Edelweiss che si sta masturbando con la custudia cilindrica del tuo diploma di laurea. Il terzo anno è quello dei tirocini: l'Università ti piazza per 4 mesi in un call center inbound di qualche sfigatissima società di servizi telefonici e ti paga 500 euro al mese lorde, senza ferie né malattie pagate. Se dopo un mese dimostri di essere bravo e di avere i nervi saldi come quelli di un chirurgo che opera al cuore un bambino, allora, per premio, ti viene affidato un figlio per i restanti tre mesi di tirocinio. Ovviamente, se sei così bravo da arrivare a fine mese con più di un euro e mangiando almeno 20 giorni al mese, l'Università potrebbe segnalarti per un prestigioso posto di lavoro in una cooperativa di pulizie di locali notturni. Durata del contratto un mese a provvigione in base ai chili di polvere, bicchieri di plastica e in certi casi vomito che riesci a pulire.
Non so, si parla di Università da riformare, e mi pare che in molti ci abbiano provato ma credo che questo corso di laurea potrebbe aiutare molto i riformatori. Mi pare un deciso passo in avanti, uno scatto bruciante nel matrimonio tra il mondo degli studi e l'universo lavorativo. Non vi pare?

venerdì 15 gennaio 2010

Una domenica a Termini

Domenica ho ricevuto un'incarico. Ero ancora nel letto, quando la voce della Zingara mi ha gentilmente chiesto: "Lore, potresti venirmi a prendere a Termini? Arrivo stasera, e la stazione non è un bell'ambiente". "Ovviamente", ho risposto io, incurante di quello che mi avrebbe atteso.
Ore 22,30 Stazione Termini.
Trafelatissimo, arrivo in stazione. Mi aspetto di trovare la Zingara e invece incontro l'assonnato sguardo della Sarda, giunta a mia insaputa ad accogliere l'amica. "La Zingara è a prendere un panino", mi dice, mentre regge il trolley. Quando la nomade spunta, mi da un lieve abbraccio e mi mette in mano il suo panino con stracchino e rucola, due alimenti che inzuppa anche nel latte, tanta è la passione. In quanto maschio, mi faccio carico del bagaglio, togliendo l'incombenza alla Sarda. Solitamente la Zingara porta pochi bagagli. Uno, massimo due. Con un particolare. Il peso specifico di una valigia è uguale a quello dell'intero set di borsoni di Paris Hilton. Per spostare il trolley ci vorrebbe un camper con rimorchio, tuttavia gonfio i muscoli atrofizzati da mesi di inattività e trascino il bagaglio fuori dalla stazione. Fortunatamente l'autobus è lì davanti. Le due zingare saltano agilmente sul mezzo, un po' come il Cavalcanti descritto da Boccaccio. Io ho un altro problema: sollevare la lavastoviglie con le ruotine Chicco della Zingara. Mi do una mano con il piede e poi strappo il movimento come un lanciatore del martello e riesco a posizionarmi sull'autobus. Lascio la dolce convivialità femminile per evitare di bloccare il passaggio degli utenti e mi metto in disparte. Scendiamo sullo splendido Lungo Tevere e aspettiamo il 46: affrontiamo vari argomenti tra cui il presunto fascino dei banditi sardi e, poco prima che le due esprimessero la loro attrazione per i guerriglieri ceceni, arriva, salvifico, il 46. L'autobus è pieno come i tragici treni tedeschi diretti ai campi di concentramento: la prima a salire è la Sarda, che in queste situazioni si muove come il mitico Garrincha sulla fascia destra del Brasile. Trova spazi invisibili ai più e appena montata sul mezzo scompare tra la folla. La Zingara è un po' più macchinosa, ma data qualche gomitata, riesce a farsi spazio. Rimaniamo noi. Io e il bagaglio. Faccio per sollevarlo, ma lui di entrare non ne vuole sapere. Lo metto giù ma insieme non entreremo mai. "Ti lascio qui", gli dico, "e prendi il prossimo." Lui: "No porto un portatile in grembo, ho paura a stare da solo". Il tempo di pensare alla soluzione, che il 46 serra le sue porte, e parte. La Zingara, dal mezzo pubblico, mi lancia un urlo muto che se l'avesse visto Munch ci avrebbe costruito un capolavoro, e io gli faccio cenno: "Prendiamo quello dopo". Il mezzo porta via il volto espressionista della Zingara e io rimango solo con il bagaglio. L'autobus arriva subito dopo ma ci scende leggermente lontano. Ci incamminiamo verso il cpt di via Nicolò V: il bagaglio comincia a fare i capricci, e si ribalta su se stesso: "Basta!!", gli grido e lui "Non voglio fare la salita a ruote, voglio tornare sul treno!!!" La strada che conduce a casa effettivamente è un' impervia parete che spaventerebbe anche Reihnold Messner. Tuttavia, sudato come un maratoneta, arrivo al cpt, dove metto il bagaglio al caldo e lo lascio nelle stanze zingare. Mi mancherà.

Le cose da non fare quando ci piace una donna.

"Nessuno ci sa fare", "I veri uomini non ci sono più", "Gli uomini sono tutti piantati, ci temono". Frasi che sento spessissimo in bocca alle donne. Chi vi scrive non rappresenta un'eccezione: per imbastire una valida tecnica di seduzione (in linea teorica, da verificare poi sul campo), non mi basterebbero i consigli di Marcello Mastroianni e Rodolfo Valentino. La strada da fare è lunga e tortuosa; tuttavia, un briciolo di speranza alberga nel cuore di ogni essere umano. Quindi mi sento di poter dare un contributo. Non so come aiutare a sedurre, ma posso mettere a disposizione dei gentilissimi lettori la mia esperienza su cosa non si deve fare quando una donna ci interessa.1) Pensare che l'aspetto sia fondamentale.Ipotetica situazione. Siete invitati ad una festa a casa di amici. Dopo minuti di preparazione davanti allo specchio, uscite di casa. "Prendo la Vespa", pensate, "No", vi rispondete, quasi seccati dalla vostra idea, "prendiamo la macchina. Il vento potrebbe sgualcirmi la giacca, il casco darebbe forma alla crestina faticosamente modellata. Arriverei alla festa con un patè di olive sul cranio". Mettete in moto la macchina poco dopo arrivate a casa dei vostri amici. Un ultimo sguardo nello specchietto retrovisore. Il vostro cervello da l'ok e voi, il cervello e la crestina chiudete la macchina, suonate il campanello ed entrate in casa. Fate le prime conoscenze, e salutate solo gli uomini per togliervi l'appiccicaticcio del gel dalla mano destra. Date pacche sulle spalle, stringete mani, fino a quando la miracolosa brillantina che scolpisce i capelli non se n'è andata.Mentre cercate di levarvi anche le caccole e pulirvi le orecchie (ma la cosa passa meno inosservata) notate un ragazza bionda, occhi azzurri, viso dolce, sorriso accomodante. Respirate profondamente come nemmeno Fabio Grosso prima del rigore decisivo e andate dalla ragazza.Ti presenti, lei ricambia, parlate, le porti da bere uno spumante dolce. "Wow, non è difficile. Questa ci sta", dice il vostro cervello di uomo galvanizzato dall'accondiscendenza femminile. Ad un certo punto lei vi chiede: "Scusa, il mio ragazzo ha la maglia sporca di gel e un caccola nel taschino. Ne sai nulla?" Il vostro cervello dice solo questo: "Ho dimenticato di pagare il bollo dell'auto. So che è sabato sera ma ci sarà un cazzo di tabacchino aperto!!!!" Vi rimane solo l'istinto. Il quale vi suggerisce di riprendervi la caccola e tornare a specchiarvi in macchina, accendere il motore, e se la voglia di suicidarsi non è troppo forte, rientrare a casa.2) Mettere in atto un simposio calcisticoIpotetica situazione. Sulla Passeggiata di Viareggio impazza la primavera: è aprile, la voglia di estate freme nei cuori di giovani uomini e avvenenti fanciulle. Le donne cominciano a scoprire le braccia: la loro bianca e morbida pelle anela un raggio di sole per la prima tintarella. State con una ragazza da pochi giorni: cercate un modo per sorprenderla. E'domenica. "Potremo andare in Passeggiata a Viareggio", pensate intorno alle 13,45, mentre guardate "Buona Domenica","sono sicuro che ne sarebbe entusiasta!!". Staccate faticosamente gli occhi dagli shorts del corpo di ballo e prendete il cellulare. Proponete l'idea. "Siiiiiiiii", è la risposta. "Caspita, che bella pensata"mormorate orgogliosi. L'appuntamento è in Piazza Mazzini alle ore 14,30. Lei arriva alle 15. Tutto nella norma. Il sole è splendente, la temperatura è perfetta, cominciate a togliervi il maglione, ultimo residuo del triste inverno. Tu scherzi, lei ride. "Minchia che intesa", sentenzia il vostro ego, grande quanto il Colosseo. Camminate lentamente mano nella mano, quando vi si fa incontro Nonno Giosuè. Nonno Giosuè non è il vostro vero nonno. Ha 60 anni e vi conosce da quando siete nati, perchè gestisce la tavola calda "Pizzando" sotto casa vostra da ben 32 anni. Nonno Giosuè vi ferma. Chiede dei genitori, del fratello, dei nonni. Tuttavia la vostra attenzione è rubata dalla radiolina paleolitica che Nonno Giosué tiene nella mano destra. Cercate di resistere, parlate a ripetizione per nascondere i rumori dello stadio. Quando il boato della radiolina di Nonno Giosuè interrompe il flusso di parole. "Ha segnato la Fiorentina!!!" esulta Nonno Giosuè, sfegatato tifoso viola, come voi del resto. "Bene..", dite voi facendo un incredibile lavoro su voi stessi per non togliervi la maglietta e abbracciare Nonno Giosuè. "Ok Nonno, io vado è stato un piacere rivederti..". "Ma ti ricordi quella volta che abbiamo pareggiato con il Barcellona al Camp Nou?". La frase di Nonno Giosuè è uno spinotto nella vostra nuca. Ormai siete in suo potere. Vi girate, e con gli occhi sbarrati dall'estasi calcistica rispondete: "Come no, segnò Batistuta, che poi ammutolì il pubblico". Da quel momento affrontate i seguenti argomenti: la cessione di Rui Costa al Milan, la posizione in campo di Blasi, Prandelli, Prandelli e il suo giubbotto, il fatto che la maglia rossa sia peggio di quella bianca di riserva, Toni, l'anno di Trapattoni, la gestione di Agroppi. "Puttana la miseria", esclama Nonno Giosuè alle 21, "devo aprire la tavola calda!!!!!". Il collega viola salta in sella al suo tandem, con cui è solito fare le consegne a domicilio assieme al suo aiutante filippino, e in precario equilibrio sia per la lunghezza del mezzo sia per la velocità da Concorde impressa dalle sue possenti gambe, fugge a lavoro."Magari ho fatto un po' tardi, ma sai quando vedo il Nonno....", dite alla vostra compagna. Nessuna risposta. "Dai non te la prendere...". Ancora nulla. Vi girate di scatto. Lei non c'è. Guardate la vostra mano sinistra. C'è un biglietto. Lo aprite frettolosamente. "Grazie per la bellissima giornata - leggete - Ti ho conosciuto meglio. Non sapevo che tu annusassi la maglia di Spadino Robbiati ogni mattina prima di alzarti dal letto. E nemmeno che tu dormissi con le mutande viola con scritto 10 sul davanti. Poi la storia che l'unica persona con cui hai un buon dialogo è il poster di Batistuta che tieni in bagno... Cercami ancora, dico sul serio. Ps. Scherzavo."
3) Strafare a tutti costi
Ipotetica situazione. Uscite con una ragazza da poco più di un mese. Siete nel momento (brevissimo) in cui tutto funziona a meraviglia. Intesa, passione, sesso. Iniziate a considerarvi persino un ottimo amante. Le vostre evoluzioni notturne sono ormai un racconto fisso del dopo tennis con Amelio, il vostro amico. "Dovevi vedere come si contorceva Amelio, non riuscivo a tenerla". E la risposta di lui: "Ma te l' eri tolta la canottiera di lana, magari è allergica...". Lo spogliatoio scoppia in una fragorosa risata, voi fate finta di niente, per l'imbarazzo.
Però la vostra relazione va avanti a gonfie vele. Potete solo rovinarla voi.
E' sabato sera. Alle 19 una chiamata. "Amore, esco da lavoro alle 21. Poi potremo cenare insieme, conosco un ristorante qui sotto. Si chiama La Scialuppa". "Certo cara, molto volentieri", rispondete voi. "Allora ci vediamo lì alle 21,30", dice dolcemente la vostrà metà. "Non vedo l'ora", suadenti e un po' melliflui. Ma lei è invaghita. La Scialuppa. Il nome già vi stuzzica. Potreste sorprenderla. Ma in che modo... I neuroni rimbalzano il cerca di una soluzione all'enigma. "Una rosa", dice un neurone, "Magari due", risponde un altro. "Facciamo una serra", dice il terzo e ultimo neurone. "Queste sono idee banali, trite e ritrite, ma datevi una svegliata!!!". Gli altri due lo guardano straniti, in attesa di un'illuminazione. "Il nostro uomo ha bisogno di qualcosa di più originale..." I due neuroni obbediscono al volere del numero 3 e il gioco è fatto. La sorpresa è pronta.
Presa la decisione telefonate a zio Carlino: "senti zio, mi potresti prestare la tuta da sub, con tanto di fiocina e pinne? devo fare una sorpresa". Lo zio Carlino non fa obiezioni, e vi presta la tuta. Andate a prenderla, sotto avete il vestito migliore, un completo nero, pagato 50 euro, ovviamente contraffatto. Lo zio Carlino, vi aiuta a mettere la tuta, operazione che si rivela difficilissima. La prima gamba entra dopo indicibili lungaggini, per non parlare delle braccia.
Vi dirigete a La Scialuppa con tutto l'armamentario: per entrare meglio nella parte, caricate una vasca da bagno sul furgoncino di Zio Carlino e vi ci immergete con tanto di bombola. Questa è la vostra idea: entro, mi faccio vedere da lei, ci riderà su. Poso la fiocina, poi mi tolgo la tuta e le pinne con la sicurezza di James Bond. Mangio, la faccio ridere, stiamo bene, e poi solo sesso. Il pensiero vi elettrizza.
La realtà dei fatti. Il viaggio in vasca da bagno si rivela più difficile del previsto, soprattutto, dopo che zio Carlino ha tamponato un furgone dei Carabinieri, a circa quattro chilometri dal ristorante.
Se aspettate le formalità e lo zio, non arriverete mai in tempo. La fortuna vi assiste: incontrate un gruppo di sommozzatori. "Ehi Marco, ma ti sei già vestito? L'immersione è domani! Salta su deficiente!" Sapete benissimo che c'è stato uno sbaglio di persona, ma astutamente fate i brillanti e salite. Quando siete nelle vicinanze de La Scialuppa avvertite i vostri colleghi: "Ragazzi io faccio un tuffo di prova", e vi lanciate dal furgone il piena corsa. L'urto con l'asfalto è violentissimo, la fiocina si innesca, parte una sorta di razzo che trapassa la vetrina di una macelleria e infilza la schiena di un bue. Lasciate perdere la fiocina, perdereste troppo tempo. Le pinne sono un impedimento, correte a gambe larghe, menando pinnate ai passanti. Arrivate al ristorante. Entrate. Lei è li che vi aspetta. "Ciao cara", dite con un filo di voce, stremati. Lei vi guarda, immobile come un Bernini. "Sono io", credendo che non vi abbia riconosciuto. Nessuna risposta. L'arrivo di Zio Carlino rompe l'incantesimo. "Ma che cazzo, la mia fiocina!! ", urla e ve la sbatte addosso con tanto di schiena di bue. Quando vi rialzate, lei non c'è. Ma vi ha mandato a casa un acquario, con dei piranha dentro.

Lost in Ostia

Venerdì sera, dopo mesi di vita romana, ho deciso di intraprendere una nuova esperienza. Chi mi conosce sa quanto il mare sia sangue del mio sangue. Difficilissimo quindi rifiutare l'offerta di Maria Cristina Storti, detta la "Cangura" per il suo recentissimo viaggio in Australia, che mi ha proposto di saltare sulla Clio di Giovanni, il Moro d'Avola, e salpare alla volta di Ostia. Allargo l'invito a Carletto Gambardella, simpaticissimo napoletano, che accetta entusiasta.
Ore 23, via Santamaura. In sella alla fedelissima compagna di notti romane, la Vespa, mi reco sotto casa Gambardella. "Carletto sono qui sotto", "Si Guagliò, scendo subito". Il subito di Carletto significa un quarto d'ora. Chi lo dovesse frequentare deve premunirsi: se Diego Armando Gambardella, come lo chiameremo d'ora in poi, dice "Arrivo tra mezzora" significa non solo che forse non arriverà, ma che se per caso ce la dovesse fare sarebbe all'appuntamento due giorni dopo il momento prestabilito. Scende con una Ceres e subito (subito subito non dopo un quarto d'ora) me ne offre un goccio. Ci aspetta una cavalcata nella notte della capitale alla volta della casa del Moro d'Avola.
Ore 23,20, dal Moro. La Clio del Moro ha bisogno d'acqua, pena la non partenza alla volta del mare. Per farlo telefona allo zio meccanico: seguiamo fedelmente le istruzioni dello zio, che il Moro ci gira direttamente dal telefonino. Più che ci gira, ci grida. Il Moro, infatti, ha un volume di voce che quando bisbiglia sembra di sentire un concerto degli Iron Maiden (per questo ogni tanto, lo chiameremo Moro Vox). Io e Gambardella insorizziamo le nostre orecchie con delle custudia per uova e le onde sonore del Moro, che nel frattempo hanno spaccato cinque finestre, tre vasi di gerani e ucciso un'invalida 90enne che prendeva il fresco sul terrazzo, sono sopportabili. All'appello manca una fantomatica Francesca: nessuno la conosce, sappiamo solo che è rinchiusa nella casa bunker della Cangura e di Miki, ragazza del Moro, di cui parleremo in seguito. Andiamo a prendere Francesca, che poi scopriremo essere una grafica nativa di Imola con la passione per le serie Tv, e partiamo alla volta di Ostia.
Gambardella - Lucignolo. Diego comincia un monologo strepitoso in cui imita la voce di Lucignolo: peccato che la durata sia di circa mezzora e quando lo interpellavi, magari per chiedergli un'informazione, ti rispondeva con un "Ciao ragazzi", a mo' del programma Mediaset. Poi l'aria comincia a farsi più fresca, gli spazi si aprono. Il mare.
Ostia. Il Moro lancia un acuto con il quale sposta una macchina, così che la sua Clio possa essere parcheggiata vicino al locale. "Dove stiamo andando?" domando, "Allo Schilling", dice il Moro. Fuori dallo Schilling c'è un intero popolo di uomini notturni, che ha consacrato la vita alla brillantina. Il senso del colore proprio dei grafici, porta Francesca a fare un'affermazione: "Non puoi entrare, perchè non hai i pantaloni bianchi". Effettivamente sembrava di essere in mezzo a delle meringhe Ogm.
Il darwinismo applicato al guardaroba. Con il suo solito senso del tempo e dello spazio la Cangura ci aveva ricordato di vestirci decentemente quando praticamente eravamo già ad Ostia. Allo Schilling la selezione è durissima, per entrare bisogna essere vestiti in un certo modo: il bello è che agli ingressi non ci sono Armani, Versace, Gucci oppure Krizia, ma dei ragazzi qualunque che giudicano come sei vestito. Chi vi scrive corre i rischi peggiori: maglia blu maniche lunghe, jeans, sandali. Giovanni è in maglietta, Carlo con una camicia da night club, Francesca sembra Courtney Love. Ma noi abbiamo la carta vincente: Geronimo, milanese che lavora nel campo della comunicazione. Lui ha gli agganci giusti e può farci entrare ugualmente.
Arrivano i Benvestiti. L'ordine dei Malvestiti si ritrova fuori dal locale con il gruppo dei Benvestiti. Questa la formazione dei secondi: Ilaria, Lorena, Miki, Cangura. A tutto campo Geronimo. Il Moro prova a giustificarsi con il padano: "Scusami ma non ci avevano avvertiti", poi parlando di me "lui ha i sandali". Geronimo guarda i sandali e quasi sviene, ma resiste: "Proviamo", dice. Gambardella mi sta davanti per evitare che i buttafuori vedano i sandali e mi portino al centro sociale più vicino. Entriamo senza problemi.
La rivelazione. Geronimo ha prenotato un tavolo. Vedo la Cangura che parla fitto con il Moro: fiuto il pericolo. Il Carreras di Sicilia mi guarda e chiede di seguirlo assieme a Diego Armando. "Ho una notizia, belli, non tanto piacevole". "Quale?", domandiamo noi. "Il tavolo prenotato da Geronimo è solo per i Benvestiti. Noi, se vogliamo stare con loro, dobbiamo pagare 25 euro". Penso a Viareggio, i coriandoli, Kate Moss, la Samp con lo scudetto, un gelato, un articolo di Marco Travaglio, il vino rosso, Jeff Buckley. Insomma qualcosa di bello per non morire. El pibe di Napoli rimane con gli occhi sbarrati per 5 minuti. Nemmeno per lo scudetto fece tanto. Tuttavia il Moro ha una soluzione, concertata assieme a Miki. "Dividiamo tutto dopo, anche con i Benvestiti".Passata la voglia di fuggire e andare a cantare Battisti con un gruppo di punkabbestia, accetto la magnanima proposta.
La serata. La deejay selection è da urlo. Corona, Snap, Haddaway, tutto il peggio dei Novanta, quando ero alle medie e portavo l'apparecchio fisso. Il gruppo finalmente unito, si fraziona nuovamente. Io e Diego nelle varie piste, i Benvestiti con le spie Francesca e Moro, tra tavolo e pista al coperto. Verso le 3,30 ci ritroviamo tutti. Meno due. Geronimo e la Cangura. Dispersi nel litorale laziale. I Malvestiti e i Benvestiti trovano notevoli punti di contatto nell'attesa dei due.
Attendisti anonimi. Disposti in circolo, come un gruppo di alcolisti anonimi che confessano i loro guai con l'alcol, gli attendisti anonimi cercano di ingannare il tempo. Diego, non pago, gira per le piste, dopo aver cercato di fotografare in tutti i modi Geronimo. Nemmeno Fabrizio Corona sarebbe stato così ostinato. Poi la fuga con la Cangura, e lo scoop che salta. Io penso a Battisti, Ilaria ogni tanto dice qualcosa a Francesca, Lorena dorme. Il Moro e Miki parlottano. Quando i buttafuori, gentilmente, ci chiedono di alzarci. Il locale sta chiudendo. E in contemporanea, ritornano anche i dispersi. Si dice abbiano parlato di comunicazione e i nuovi media, del digitale terrestre e della Gasparri. Per poi chiudere con il rinnovo del Cda Rai.
Verso Roma. Io, il Moro, Miki e Diego salutiamo gli altri e andiamo verso casa. Il tutto verso le 5,30. Diego comincia un monologo sulla sua coinquilina, con un energia che basterebbe ad illuminare per cinque anni l'Altare della Patria. Io accuso, e mi rilasso.
Torno da te. Dopo aver accompagnato la Miki a casa, ritrovato le altre e visto Geronimo vagare come un' anima senza pace in cerca di non si sa cosa in via del Fontanile Arenato, il Moro mi riporta alla Vespa. Io e Diego, ancora carico, torniamo verso casa. Ho ancora le forze di prendere un maritozzo con la panna. Avevo bisogno di rendere dolce il mio risveglio.

Elogio di Rihanna

Rihanna non è una pop-idol come le altre. La sua diversità si percepisce a prima vista. Sarà per quegli occhi verdi come le foglie d'estate, leggermente a mandorla. In chi vi scrive questi occhi fanno da trampolino verso lidi inesplorati, sono portali per orizzonti esotici. Mi sento come Paul Gauguin al momento della partenza per Tahiti. Magari anche nella sua testa di artista albergavano due occhi limpidi. Ogni tanto basta poco per spingere la mente a viaggiare.
Rihanna è l'immaginazione. Lontana da Britney Spears, ex Lolita cresciuta nei Burger King dove si faceva avvicinare da qualche brufoloso teenager yankee con la canottiera di Shaquille O'Neal. La sua pelle è cioccolato al latte, ma non si è squagliata al sole delle Barbados, dove è nata e ha vissuto gli anni dell'adolescenza. Dal piccolo schermo emana profumi segreti e nascosti, guardi le sue movenze e ti senti addosso una camicia sgargiante, gli infradito, trascinato da mani invisibili in un bar in legno, dove la barista ti sorride e ti mette una collana di fiori.
Rihanna è sincretismo. Dalle spiaggie al cemento, agli infissi in ferro dei palazzi newyorchesi, senza perdere la freschezza. Selvaggia naturalezza e leggi del profitto. Marketing. Piedi nudi. Ci ha guadagnato qualche milione di dollari lasciando la sabbia dove camminava con le amiche, vestita semplicemente, una gonna che le arriva alle caviglie e una maglietta senza pretese. Ma le manca il rumore del suo mare.
Rihanna è femminile. Ha scritto donna su ogni parte del corpo. Sembra conoscere innatamente le leggi che governano gli occhi degli uomini. Incantesimi da terre che il turismo di massa vede, ma non sente.
Adesso è ricca, famosa, bella, nel fiore della gioventù.
Goditi quello che hai. Finchè ti basterà.