E' meravigliosa la fauna di agenzie commerciali o simili che si trova a Roma. Personalmente ne ho visitate molte dal momento che, per una parte della mia vita, mi sono dedicato alle attività di questo tipo. Verrebbe da dire che è l'unico lavoro che si trova, ma non voglio drammatizzare più di tanto. Ognuno può avere l'opinione che vuole, quello del commerciale è un lavoro come un altro, e devo dire, permette di raggiungere stipendi e buste paga davvero buone. Il lato divertente delle agenzie è soprattutto il linguaggio utilizzato per comunicare. Ora direte, sarà semplicemente italiano. No, non è solo italiano. E' un linguaggio di segni, metafore, figure, giochi verbali. L'ultimo colloquio che ho fatto è l'esempio calzante. Un signore elegante mi accoglie nel suo ufficio, soliti convenevoli legati al traffico romano e poi mi chiede il curriculum.
"Signor Bianchi vedo che lei è piuttosto esperto in questo campo", attacca il signore.
"Beh sì ho fatto diverse esperienze", rispondo.
"Lei però non ha mai lavorato per un'agenzia assicurativa".
"No, in effetti no".
"Cosa l'ha spinta a mandarci la sua candidatura?"
"La bottiglia di vodka al melone che mi sono bevuto prima di andare al centro per l'impiego ha deviato il mio raziocinio e mi sono candidato credendo che la figura ricercata fosse quello del rappresentante di malattie veneree presso anziani con palle cadenti".
"Ah!!!! Magnifico dottore, lei è assunto!!!"
Scherzavo. Ma avrei voluto avere le palle per dirlo. La mia risposta è stata la seguente, molto più misurata.
"Non ho mai lavorato per agenzie di questo tipo e volevo sapere qualcosa in più sulla vostra attività".
Il signore, purtroppo per me, risponde: "E' un lavoro semplicissimo, si tratta di individuare persone cui sottoporre i nostri prodotti". E' qui che il linguaggio fantasioso e vaporoso come un bagno di un metro quadro dopo una doccia bollente, comincia a manifestarsi. La traduzione della frase usata dal signore non è altro che la seguente: vendere polizze assicurative. La mia replica è tesa a spostare la discussione dal mondo di Fantàsia a quello reale.
"Quindi si tratta di vendere".
"Si - dice sicuro il signore - però nei primi tempi lei dovrà solo dirci quali sono le persone interessate, poi la trattativa sarà portata avanti da un agente più esperto". Nemmeno il discorso della ghiandola mammaria cui succhiare latte in caso di mancanza di calcio riusciva a dissolvere le mie perplessità... a quel punto decido di parlare del contratto.
"E a livello contrattuale?", dico con un tono sicuro (uscito dalla mia bocca per puro caso).
"Un mandato - dice - dove è prevista un'iscrizione all'Isvap che per i primi mesi sarà detratta dalla busta paga. E' un lavoro che tutti possono fare, ma non tutti riescono a farcela. Lo scoglio più grande è quello iniziale. Poi dipende dalla volontà, dalla voglia, dalla determinazione che un agente ci mette". Anche qui la traduzione è molto facile: non ci sono fissi, nemmeno 20 euro per pagarsi i caffè, altrimenti l'avrebbe detto subito. Quando un datore di lavoro, almeno in ambito commerciale, cerca di valorizzare la volontà e la determinazione del potenziale lavoratore, significa che il suo stipendio dipende da quanto venderà e che l'agenzia non ci metterà un euro in più, nemmeno se ti prendi la peste bubbonica.
Sarò sincero, il fatto che non ci siano fissi è uno scoglio troppo grosso per le mie finanze da precario. Potrei durare un giorno, poi i miei conti sarebbero quelli della Parmalat. Scelgo la via della sincerità, dopo che il signore mi ha chiesto "Se la sente di cominciare con noi?"
"Guardi, il fatto che non ci siano fissi rende la cosa un po' complicata, comunque le faccio risapere", dico con tono sommesso. Il signore mi lascia la sua email e mi saluta cordialmente. Ancora devo fare risapere. E' un modo quantomai metaforico e vaporoso per dire: "No, grazie".
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