venerdì 15 gennaio 2010

Una domenica a Termini

Domenica ho ricevuto un'incarico. Ero ancora nel letto, quando la voce della Zingara mi ha gentilmente chiesto: "Lore, potresti venirmi a prendere a Termini? Arrivo stasera, e la stazione non è un bell'ambiente". "Ovviamente", ho risposto io, incurante di quello che mi avrebbe atteso.
Ore 22,30 Stazione Termini.
Trafelatissimo, arrivo in stazione. Mi aspetto di trovare la Zingara e invece incontro l'assonnato sguardo della Sarda, giunta a mia insaputa ad accogliere l'amica. "La Zingara è a prendere un panino", mi dice, mentre regge il trolley. Quando la nomade spunta, mi da un lieve abbraccio e mi mette in mano il suo panino con stracchino e rucola, due alimenti che inzuppa anche nel latte, tanta è la passione. In quanto maschio, mi faccio carico del bagaglio, togliendo l'incombenza alla Sarda. Solitamente la Zingara porta pochi bagagli. Uno, massimo due. Con un particolare. Il peso specifico di una valigia è uguale a quello dell'intero set di borsoni di Paris Hilton. Per spostare il trolley ci vorrebbe un camper con rimorchio, tuttavia gonfio i muscoli atrofizzati da mesi di inattività e trascino il bagaglio fuori dalla stazione. Fortunatamente l'autobus è lì davanti. Le due zingare saltano agilmente sul mezzo, un po' come il Cavalcanti descritto da Boccaccio. Io ho un altro problema: sollevare la lavastoviglie con le ruotine Chicco della Zingara. Mi do una mano con il piede e poi strappo il movimento come un lanciatore del martello e riesco a posizionarmi sull'autobus. Lascio la dolce convivialità femminile per evitare di bloccare il passaggio degli utenti e mi metto in disparte. Scendiamo sullo splendido Lungo Tevere e aspettiamo il 46: affrontiamo vari argomenti tra cui il presunto fascino dei banditi sardi e, poco prima che le due esprimessero la loro attrazione per i guerriglieri ceceni, arriva, salvifico, il 46. L'autobus è pieno come i tragici treni tedeschi diretti ai campi di concentramento: la prima a salire è la Sarda, che in queste situazioni si muove come il mitico Garrincha sulla fascia destra del Brasile. Trova spazi invisibili ai più e appena montata sul mezzo scompare tra la folla. La Zingara è un po' più macchinosa, ma data qualche gomitata, riesce a farsi spazio. Rimaniamo noi. Io e il bagaglio. Faccio per sollevarlo, ma lui di entrare non ne vuole sapere. Lo metto giù ma insieme non entreremo mai. "Ti lascio qui", gli dico, "e prendi il prossimo." Lui: "No porto un portatile in grembo, ho paura a stare da solo". Il tempo di pensare alla soluzione, che il 46 serra le sue porte, e parte. La Zingara, dal mezzo pubblico, mi lancia un urlo muto che se l'avesse visto Munch ci avrebbe costruito un capolavoro, e io gli faccio cenno: "Prendiamo quello dopo". Il mezzo porta via il volto espressionista della Zingara e io rimango solo con il bagaglio. L'autobus arriva subito dopo ma ci scende leggermente lontano. Ci incamminiamo verso il cpt di via Nicolò V: il bagaglio comincia a fare i capricci, e si ribalta su se stesso: "Basta!!", gli grido e lui "Non voglio fare la salita a ruote, voglio tornare sul treno!!!" La strada che conduce a casa effettivamente è un' impervia parete che spaventerebbe anche Reihnold Messner. Tuttavia, sudato come un maratoneta, arrivo al cpt, dove metto il bagaglio al caldo e lo lascio nelle stanze zingare. Mi mancherà.

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